Progetti recenti

 
Avere molti progetti musicali non significa nutrire la distrazione, significa invece concentrarsi in situazioni e direzioni diverse, sempre attinenti all’ambito della propria ricerca e sviluppo personale. Ognuna di queste collaborazioni – e quanto ho imparato da tutti questi musicisti! – ha permesso una sorta di continuità e progressione alle mie idee musicali e viste insieme, sono una sorta di grande puzzle, dove ogni ancoraggio aggiunge nuovi elementi, grazie alla particolare sinergia tra i musicisti coinvolti e alla specifica progettualità del gruppo. Certo è molto difficile mantenere in vita progetti che sono senza compromessi e, per questo, fuori dal music biz dell’establishment, ma penso che sia dovere di ogni artista perseguire con determinazione e devozione la propria vocazione, sia essa popolare o impopolare. Comunque, la maggior parte di questi progetti è disponibile per festival e concerti.

 
Neu Musik Projekt

Guido Mazzon tromba, flicorno, pianoforte, sintetizzatore, armonica, giocattoli, carillon, crackle box, voce
Marta Sacchi clarinetti, melodica, carillon, flauto barocco, giocattoli, pianoforte, laptop, campane a mano, voce
Stefano Giust batteria e percussione

“Al TAI fest [Milano 2016], un altro bel trio: il Neu Musik Project con l’autorevole Guido Mazzon, la versatile Marta Sacchi e lo spumeggiante Stefano Giust il cui drumming rimarrà come una delle cose notevoli della musica creativa di questi anni.” Michele Coralli

“Mazzon alla tromba ha una voce sicura e un fraseggio agile, alla ricerca di nuove sonorità e atmosfere con un sapiente uso delle mute, i clarinetti della Sacchi lo integra perfettamente con un tono ben controllato ed eleganti invenzioni melodiche, mentre Giust sperimenta costantemente nuovi suoni, suggerendo il ritmo più che affermandolo, o negandolo del tutto. La gamma di stili e umori esplorato in questo disco è sorprendente, va ben al di là delle etichette jazz o di improvvisazione, rivelando un complesso, a volte sconcertante ma sempre affascinante mondo musicale, esplorato con umorismo e passione.” Nicola Negri, Free Jazz Blog

“Ecco un cd importante che segna il ritorno al disco del trombettista Guido Mazzon, esponente storico degli innovatori musicali che nulla ha perduto del proprio smalto, anzi molto ne ha aggiunto. Gli sono compagni in questa impresa Marta Sacchi e Stefano Giust. L’assenso degli uditori colti non mancherà.” Franco Fayenz

“Neu Musik Projekt ci rapporta del tentativo di raggiungere una dimensione metafisica, tramite uno scampanio corredato di emulazioni sonore, un’azione propedeutica alla comprensione delle “altre vie” che scorrono nell’ascolto: la materia del sentire (dove l’ascolto è l’intendere della musica che rigetta la semplice fruizione fisiologica), la complessità del silenzio (“esso si espande come un vapore ed occupa tutto lo spazio che incontra”), le “relazioni” tra gli improvvisatori (Guido parla di relazioni e rifiuta l’insufficiente valenza dei dialoghi), la grandiosità della partitura visiva (una frontiera didattica imprescindibile per l’esplorazione dell’improvvisazione) sono tutti elementi che tengono in ostaggio una fitta quantità di rapporti dove si mischiano la risonanza, il free jazz, la ricercatezza melodica, il reading letterario, la tecnica astrusa.” Ettore Garzia, Percosi Musicali

Questo progetto nasce nel 2015 e si concentra su alcuni aspetti delle musica contemporanea e dell’improvvisazione libera, con testi e partiture scritte da Guido Mazzon, esponente storico della prima avanguardia italiana, fondatore del Gruppo Contemporaneo (1969) e dell’Italian Instabile Orchestra. Ha suonato tra gli altri con il gotha del jazz d’avanguardia come Anthony Braxton, Cecil Taylor, Andrew Cyrille, Lester Bowie, Andrea Centazzo e la Globe Unity di Alexander von Schlippenbach. Marta Sacchi è primo clarinetto presso l’Orchestra del Conservatorio G. Nicolini (2003-2005), primo clarinetto presso l’Orchestra Soncino (2000-2003) e primo clarinetto presso l’Orchestra Camerata de Bardi (2002-2003). Marta ha anche un master in musica da camera e in composizione, nonché una laurea in musicoterapia. Vive tra Pavia e Londra. Il loro primo album, registrato in studio, esce nel dicembre 2015 per Setola di Maiale.

 
 
Transition

Nils Gerold flauto traverso
Nicola Guazzaloca pianoforte
Stefano Giust batteria e percussione

“Il trio affronta un’improvvisazione assoluta con motivazione, con grande attenzione per i valori dinamici, per le variazioni timbriche, per i variegati intrecci dell’interplay. Guazzaloca produce masse sonore ribollenti, le percussioni di Giust strutturano un contesto ritmico sussultante e magmatico, con frementi e crepitanti effetti sui metallofoni nei momenti più pacati. L’origine più classica ed aerea del flauto di Gerold viene piegata ad un’emissione nervosa, frammentata, guizzante, dai contenuti misticheggianti. La musica che i tre creano presenta una consistenza materica, un’ineludibile concretezza, una sintesi espressiva basata su un’indubbia onestà culturale e su grande rigore metodologico.” Libero Farnè, All About Jazz

“Transition si inserisce, per inventiva ed energia, nelle migliori produzioni d’improvvisazione libera europee.” (sul primo album) Ettore Garzia, Percorsi Musicali

“Ancora un’esibizione convincente in tre parti, si ascoltano tre musicisti incatenati ai loro strumenti proiettati verso una libera improvvisazione dove ognuno sembra correre per un treno personale, mettendo in maggiore evidenza le caratteristiche stilistiche di ognuno di essi.” (sul secondo album) Ettore Garzia, Percorsi Musicali

“Sono generalmente lontano dalla libera improvvisazione di questi giorni, perché sento che sono relativamente pochi i musicisti che possono sostenere un interesse per questa forma di musica. Qui, però, c’è un’eccezione. Questo è un gruppo molto affiatato, possono girare su una monetina passaggi che vanno da rombanti intensità a momenti meditativi, e mi chiedo se forse ci sono parti composte o qualche tipo di struttura pre-organizzata. In ogni caso, mi piace che ci sia un senso, uno scopo dietro la musica, non solo meandri fini a se stessi.” (sul primo album) Craig Premo, Improvised

“Questo è un altro grande album del gruppo. Il trio produce un sacco di calore, con l’interazione tra Guazzaloca e Giust che ricordando le epiche battaglie di Cecil Taylor e Tony Oxley. Nils Gerold sta spingendo i confini del flauto come strumento d’improvvisazione e merita di essere menzionato come uno dei migliori flautisti della musica di oggi. Il gruppo presenta grande varietà. Se siete un fan di improvvisazione libera o del flauto nella nuova musica, questo è il vostro disco.” (sul secondo album) Craig Premo, Improvised

“Fenomenale!” Loris Zecchin, Solar Ipse

“Le dinamiche interne risultano meticolosamente analizzate” Boddi, Musica Jazz

“Una caratteristica cruciale in questa vitalità generale di Transition, stà nella trasformazione perpetua del flusso sonoro; dai blocchi massicci di comune infiammazione, il trio tira fuori passaggi in cui lo strumento potrebbe indugiare non nascosto in mezzo a prospettive più tranquille. Nemmeno in queste ultime zone si ricevono segnali di tiepidezza: forze propulsive sono lì per essere riprese quando la pressione del sangue sale ancora. Non si deve perdere il coinvolgimento durante l’ascolto e le ricompense arriveranno.” Massimo Ricci, Touching Extreme

“Il trio realizza un livello molto fine di telepatia, di tocco europeo.” François Couture, Monsieur Delire

“Gerold, Giust e Guazzaloca, incidono qui cicli ritmici formidabili, infinitamente variabili e con una forza d’impatto di forza G3 (au cube!). Stefano e Nicola sono anche due importanti animatori della scena improvvisativa italiana, ben oltre l’Italian Instabile Orchestra, la quale solitamente viene vista come il culmine della creatività del jazz d’avanguardia italiano.” (sul primo album) Jean-Michel Van Schouwburg, Improjazz/Orynx-improvandsounds

“La musica di questo concerto al MiBnight Jazz Festival di Bremen, è splendidamente avanzata nella creazione di diverse prospettive e punti di cascata, nei modi dell’interplay felicemente diversi. Il trio ha una bella combinazione con indipendenza ed empatia, voglio dire che suonano insieme al 100% evitando mimetismi. Musicalmente c’è dietro la Germania e l’Inghilterra, ma queste sono ormai sature. Transition al MIBnight lo dimostra perfettamente. Tutto questo sa di musica improvvisata europea. Musica, musicisti, coesione di gruppo, invenzione, ecc è tutto perfetto. Affascinante!” (sul secondo album) Jean-Michel Van Schouwburg, Improjazz/Orynx-improvandsounds

“Selvaggia prodezza improvvisativa” Tom Sekowski, All About Jazz USA

“Un bel trio di free improvisation. Il flauto non è lo strumento principale – le tre improvvisazioni sono giocate molto democraticamente – ma poiché non può competere con il pianoforte e la batteria in termini di volume, riempie gli spazi vuoti con grazia e agilità impeccabili. Il pianoforte copre un territorio dinamico molto vasto, portando qualche potente impulso alla musica, guidato dal modo molto originale di suonare di Giust – che riempe di impulsi asimmetrici. La musica scorre con grazia, con alcuni tornanti e colpi di scena, riflussi che vanno e vengono, con molte sorprese lungo la strada. L’abbondanza di spirito d’avventura cavalca le maree musicali con facilità. C’è un sacco di cose da godere in questo cd”. (Free) Jazz Alchemist

Si sono incontrati per la prima volta nell’estate del 2011 a Bologna. Dopo un concerto di grande successo, hanno fondato il trio. A dispetto delle loro diverse origini musicali e geografiche – dalla nuova musica contemporanea alla musica tradizionale giapponese, dal centro Italia al nord della Germania – le loro improvvisazioni sembrano provenire dalla stessa mente. La musica che questo trio suona è profondamente radicata nella tradizione del free jazz. Hanno due album pubblicati nel 2012 e 2014 su Setola di Maiale.

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Magimc

Edoardo Marraffa sax tenore e sopranino
Thollem McDonas pianoforte
Stefano Giust batteria e percussione

“Abbiamo qui il meraviglioso pianista improvvisatore Thollem McDonas accompagnato da Edoardo Marraffa e Stefano Giust – due dei migliori giovani musicisti improvvisatori italiani -. Marraffa è un musicista di grande talento. Giust non è da meno. Intraprendente senza fine, usa ogni superficie del suo drumkit per generare suoni che sono in qualche modo inattesi pur essendo completamente in concerto con l’umore prevalente del momento. La cosa sorprendente è il senso di connessione tra questi musicisti che è profondo e palpabile. È qualcosa che può richiedere anni per svilupparsi, ma in questo caso sembra svilupparsi istantaneamente.” Dave Wayne, All About Jazz USA

“Succede così tanto qui che è inutile cercare di tenerne traccia. Libero, diretto, esplosivo e avventuroso. Thollem McDonas, Stefano Giust e Edoardo Marraffa creano qui alcune scintille vere, con toni e suoni che volano liberi e selvaggi, ci sono momenti che sembrano essere ovunque. Sicuramente consigliato.” (Free) Jazz Alchemist

“Musicisti eccezionali, alta concentrazione, notevole interplay! Un trio sublime.” Downtown Music Gallery

“Ogni musicista ha una forte personalità e il contrasto di stili e voci strumentali costituiscono uno degli aspetti più interessanti di questo album, un’istantanea sonora sia di un gruppo di lavoro che di un incontro musicale estemporaneo, che mostra tutte le sottigliezze, le difficoltà e le soluzioni brillanti del difficile compito — quello dell’ascolto e del dialogo reciproco, nonostante le differenze.” (sul secondo album) Nicola Negri, Free Jazz Blog

“Perfetto esempio di libera improvvisazione contemporanea da parte di tre musicisti con il pieno controllo dei loro strumenti. Una musica iconoclasta con un obbiettivo.” Jazz&Tzaz

“Costruiscono e decostruiscono gli equilibri sul filo teso. La spontaneità non esclude la riflessione ed è questo approccio paradossale che eccita i sensi. Dopo aver scolpito nella pietra, lucidano le sfaccettature… Mirabolanti!” (sul primo album) Jean-Michel Van Schouwburg, Improjazz/Orynx-improvandsounds

“La vita di questo potente e intenso trio continua il suo corso: fabbisogno energetico, espressione potente. Energia spesso sovrumana, radicali free jazz, a volte “demolizione” del pianoforte, composizioni di abbandono o temi per l’improvvisazione totale. È un trio che persiste e segna. Un pianista eccezionale, un sassofonista tenore con una singolarità vera e propria, un potente batterista con idee originali, la coesione e il senso dell’improvvisazione. La loro musica ha guadagnato una gamma più ampia rispetto al loro ottimo album uscito per Amirani e convince senza mezzi termini. Questa combinazione strumentale permette scambi muscolari e varietà e impressiona il pubblico quando i musicisti hanno energia da vendere e il talento di queste tre individualità. Ci si sente rinascere attraverso la volontà di improvvisare, sfuggendo alla routine, cambiando le traiettorie, alternando il potere di espressione spontanea e la riflessione sul momento mentre si suona, raccontando storie vere… Ci sono passaggi in cui l’ascolto è profondo e palpabile… una sorta di esperienza, una vera e propria avventura.” (sul secondo album) Jean-Michel Van Schouwburg, Improjazz/Orynx-improvandsounds

“Una notevole intesa fra tre musicisti impegnati all’unisono a confrontarsi in contesti espressivi che rifuggono i clichè e le convenzioni, alla costante ricerca di soluzioni estreme per generare il flusso ipnotico di note ed energia che sprigiona dai loro strumenti. Un lavoro complesso, un dedalo di suggestioni che attira al suo centro e poi rimanda ai margini, senza mai rivelare l’uscita.” Blow Up

“Una non convenzionale configurazione, fin dalla swing era e ancora più abbagliante con Cecil Taylor nel 1960, il trio sax-pianoforte-batteria fornisce il giusto equilibrio di melodia, ritmo e arricchimento per una performance appagante. Il disco di Magimc offre variazioni di alta qualità sulla metodologia sassofono-pianoforte-batteria.” Ken Waxman, Jazz Word

“Un trio d’eccezione” Sounds Behind The Corner

“Il panorama della musica improvvisata in Europa è da sempre molto vivace e il nostro Paese può vantare numerosi improvvisatori eccellenti. Nell’Emilia il batterista pordenonese Stefano Giust ha accampato la sua etichetta Setola di Maiale, oggi punto di riferimento irrinunciabile della free music nazionale e oltre. In “Area Sismica” lo troviamo scambiarsi scintille sonore con le ance di Marraffa e i tasti di McDonas. Sei tracce che toccano punte di vera e propria ferocia. Cd interamente improvvisato ma non per questo non vi si può godere di una forma seppur angosciata, perturbante, di energia insonne. Da ascoltare ad orecchie aperte.” Flavio Massarutto, Alias/Il Manifesto

“La seconda registrazione del trio conferma quel fremito che colpisce l’ascoltatore di fronte ad un set del genere; rende visibile quel potenziale di creatività che è insito nei dna dei migliori musicisti. Ancora un set di altissimo livello.” (sul secondo album) Ettore Garzia, Percorsi Musicali

“Quando due personaggi noti del mondo free e sperimentale italiano, come Marraffa e Giust, incontrano un altro improvvisatore americano come Thollem McDonas al piano, succede che il suono si frammenta in tante piccole parti che mostrano al mondo come il caos in fondo abbia un suo ordine e dimensione sonora ben precisa.” Gianmaria Aprile, Sodapop

“Un set liberamente improvvisato, molto vivace, potente. Veloci interazioni e una creatività che non cede mai.” François Couture, Monsieur Delire

“Magimc vede Marraffa, il cui approccio condensa stimoli desunti tanto da Ayler e Sanders quanto da Brötzmann ed Evan Parker, e Giust, con un drumming frastagliato che richiama sia Sunny Murray e Milford Graves sia Paul Lytton e Tony Oxley, unirsi al pianista statunitense Thollem McDonas. Quest’ultimo ricopre il ruolo di ago della bilancia tra le tensioni create dai colleghi, principalmente in virtù delle esperienze nelle avanguardie di estrazione jazzistica (con William Parker, Vinny Golia e Nels Cline) e accademica, per esempio con Pauline Oliveros e Stefano Scodanibbio.” Boddi, Musica Jazz

“Musicisti di vaglia, Marraffa con le sue note macerate e sofferte, ed il pianista con degli accenti precisi, mentre il batterista introduce elementi di sorpresa con i suoi ritmi improbabili. La musica acquista di imprevedibilità, ed è proprio godibile per il suo mettere insieme con perizia suoni nuovi e della tradizione del free, alla ricerca di un qualcosa che appare per la via a sorprendere un pò tutti. L’avanguardia italiana ha trovato un trio sorprendente.” Vittorio Lo Conte, Music Zoom

Il background di questo trio italo-americano è ricco e variegato, eppure è difficile definire la loro musica come eclettica perché gli elementi che entrano in gioco nella relazione compositiva, i materiali più disparati che ne costituiscono la base, sono elaborati in profondità e fusi in un linguaggio originale. Il cambiamento e la trasformazione sono oggetto d’indagine di questo gruppo: le relazioni armoniche, i contrappunti melodici e ritmici viaggiano in percorsi sempre diversi, a volte evolvendosi lentamente, a volte sottoposti a improvvise accelerazioni; pur mantenendo una certa indipendenza e complessità che consente un viaggio musicale a più dimensioni, i musicisti del trio prediligono una unità di intenti ed una coesione che li porta ad una intensa e trasparente comunicatività espressiva. Ciascun membro del trio collabora con moltissimi musicisti internazionali, producendo una considerevole mole concertistica e discografica. Il primo disco, Polishing the Mirror, è pubblicato da Amirani Records nel giugno 2012, il secondo è Area Sismica, uscito per Setola di Maiale nell’agosto 2015 e registrato nell’omonimo locale di Forlì.

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Camusi

Patrizia Oliva voce ed elettronica
Stefano Giust batteria e percussione

“Camusi è lavoro di una bellezza infinita. Potrebbero aver creato un divario fra l’ora ed il poi. Emoziona. Camusi possiede un dono prezioso: la visione.” Sands-zine

“Il duo italiano Camusi ha totalmente bruciato e demolito l’immobile e sciolto i volti e le menti di tutti i presenti al loro concerto per Hanoi New Music Festival 2013.” Hung Tran, The Onion Cellar




“È questo duo la sorpresa più stimolante del 2007. Patrizia Oliva in continui controcanti, Giust che stende un tappeto ritmico che ha dello straordinario. Un sottile filo della follia. Una musica che avvolge mondi lontani, che moderna sirena incanta gli ignari naviganti.” Stefano Pifferi, SentireAscoltare


“Il live è sfolgorante: i ritmi frammentati di Giust mutano con la naturalezza di un battito d’ali; è free jazz, è impro radicale, è addirittura trip hop, ogni pezzo porta la sua impronta, indelebile. Non è da meno la Madame per eccellenza: la sua voce trasuda passione e veemenza ad ogni passo, è un graffio, una carezza, uno schiaffo ed un urlo al contempo. Tutto questo trascinano il suono dei Camusi nel baratro dell’anima, per poi risalire al cielo. Una forma di improvvisazione che riesce nel miracolo di non apparire raffazzonata o capitata per caso. Da non perdere, se li avvistate in concerto.” Succo Acido

“Camusi, un’idea sperimentale di gran valore.” Ettore Garzia, Percorsi Musicali



“Progetto tra i più stimolanti di quella epifania vivente che è Stefano Giust, Camusi è un duo di improvvisazione atipicamente jazz. La Camusica nasce dall’elettronica rumorista e dalla ricerca sulla voce di Patrizia Oliva e l’enorme mole percussiva larvatamente jazz di Giust. La voce della prima si spezza, si rifrange, si autofagocita. La capacità di adattamento a contesti sempre più diversi di Giust mostra una compiutezza ormai pressoché perfetta nel saper disegnare paesaggi sonori personali. A risalire dal profondo dell’animo dei due protagonisti sono memorie di una atavica bellezza manifestate sotto forme musicali cangianti.” SentireAscoltare


“Una delle più interessanti rassegne underground romane si riapre sotto il segno del genio. Quello del batterista Stefano Giust, percussionista di incredibile talento e dal groove dannatamente negroide. In coppia con Patrizia Oliva da’ vita a Camusi: il gruppo ha un tiro devastante, un qualcosa che odora di new thing, bagnato però nelle torbide acque dell’improvvisazione europea. Convivono con tecniche estese ed effettistica di rigore, si flettono in continuazione, sul punto di spezzarsi ti colpiscono in pieno volto. Senza chance. È un trionfo di muscoli ed ugola, un ping pong esoterico, una prova di forza, una palestra per la mente. La duttilità del duo è comunque un discorso di telepatia, di prontezza nel trasportare gli stimoli cerebrali agli ’arti’. Una performance di grande magnetismo ed impatto.” Luca Collepiccolo, Blow Up

Il progetto si concretizza attraverso la pratica della libera improvvisazione: in essa emerge l’estetica dei due musicisti che viene messa a confronto l’una con l’altra in una sommatoria di idee e sensibilità al limite con la musica contemporanea, il jazz d’avanguardia, l’elettroacustica e altro ancora. La voce, l’elettronica e la batteria hanno pari dignità, sono messe sullo stesso piano in una sorta di democrazia strumentale; duettano, ma anche si possono muovere su piani differenti, arricchendo la musica di sovvrapposizioni non scontate e stimolanti. Hanno pubblicato un album per Setola di Maiale nel 2007, tuttavia il duo ha deciso di non pubblicare altri dischi. Camusi è infatti un progetto che si identifica con l’atto performativo del concerto e non con la produzione discografica. Hanno suonato in Italia, Regno Unito, Olanda, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Austria, Croazia e Vietnam.

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Aghe Clope

Paolo Pascolo sax alto e flauto traverso
Andrea Gulli computer ed elettronica
Giorgio Pacorig pianoforte, korg ms-20 e rhodes
Stefano Giust batteria e percussione

“Aghe Clope è un gruppo omogeneo e originale. L’inventiva di Stefano Giust crea lo spianamento, la demolizione o rimbalzo, un terreno di dettagli, una attività percussiva che integra ogni suono. I quattro musicisti si ascoltano mirabilmente, favorendo la diversità/ discontinuità di intenti e strategie. Una serie di processi giocosi e una mente pulita per questi Aghe Clope che mi sembra di non aver sentito nulla di simile. Molti ascoltatori sensibili saranno interessati e scommettiamo che saranno conquistati dalla coesione del loro approccio liberamente improvvisato. Perché è il punto di forza del gruppo!” (sul secondo album) Jean-Michel Van Schouwburg, Orynx-improvandsounds

“Tra i quartetti italiani che conducono verso un auspicabile concetto di rinnovamento vero del jazz. Hanno il compito di sostenere un movimento eretto come probabile rito in negativo della società attuale, in cui basta guardare a Jednou Nebe per verificare il prototipo di viaggio sonoro che si vuole raggiungere: sono sensazioni che allontanano di molto il jazz, lo proiettano trasfigurato in eteree e libere forme di linguaggio, comunque ribollenti di suoni. È come sentire gli Art Ensemble of Chicago dei sessanta immersi in una straniante sperimentazione, che ha però ancora una sua precisa godibilità. E già questo è di per sé un risultato allettante e concreto.” (sul secondo album) Ettore Garzia, Percorsi Musicali

“Musica non convenzionale che scorre seguendo il libero flusso dei pensieri, abbracciando un ampio spettro di riferimenti che va dall’improvvisazione radicale alla musica elettronica, dal minimal noise al rock progressivo, dalla musica contemporanea a richiami tribali. Elemento caratterizzante è il riuscito accostamento di acustico e di elettrico, di pieni e di vuoti, di furiose improvvisazioni e di momenti di stasi che corrono su un sottile filo di tensione. A volte tele-trasportato nel futuro altre volte coinvolto in un sabba frastornante, l’ascoltatore affronterà un viaggio che non lo potrà lasciare indifferente.” (sul primo album) Vincenzo Roggero, All About Jazz

“Atmosfera notturna da jungle-fever della downtown. Si tratta di una super line up. Denso, mai magmatico, molto di classe e ricco di atmosfere affascinanti.” (sul primo album) Kathodik

“Questo disco su etichetta Setola di Maiale, mette in mostra una notevole istanza. Altamente compiuta, è musica libera e imperturbabile, questi musicisti italiani possono inserirsi in qualsiasi situazione.” (sul primo album) Ken Waxman, Jazz Word

Aghe Clope è un ensemble di libera improvvisazione con influenze diverse che spaziano dal free jazz alla musica elettronica e contemporanea fino alla psichedelia. Il risultato è una materia instabile, vibrante e vulnerabile. Spesso collaborano dal vivo con l’Hybrida Light Show, un combo di artisti visivi che utilizza il sistema di proiezione tag-tool. Il gruppo ha pubblicato due album su Setola di Maiale, un settetto a nome Aghe Clope Ensemble (che include gli ospiti Nicola Guazzaloca al pianoforte e sintetizzatore, Chris Iemulo alla chitarra amplificata e Gianluca Varone al sax tenore e giocattoli) e Blind Mind del 2015, co-prodotto con Dobialabel.

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Gamra

Paed Conca clarinetto, basso elettrico, oggetti ed elettronica
Patrizia Oliva voce ed elettronica
Eugenio Sanna chitarra amplificata e oggetti
Stefano Giust batteria e percussione

“Questo eccellente quartetto, colto durante una suggestiva perfomance dal vivo, funziona perfettamente, consentendo la creazione di una musica viva in continuo movimento e mutamento. Un documento importante, affascinante nel suo svolgimento. Una proposta musicale coraggiosa che testimonia la vitalità di scelte espressive meritevoli di maggior diffusione nel nostro paese, ancora troppo legato a canoni estetici di fruizione e a canali massificanti e arretrati.” Stefano Arcangeli, saggista, giornalista musicale (trenta anni con Musica Jazz), fondatore e presidente di Pisa Jazz e CRIM

“Un buon punto per ciascun musicista e onore per questo insolito quartetto.” Jean-Michel Van Schouwburg, Improjazz/Orynx-improvandsounds

“Impro Magnetica. Questo lavoro va a situarsi in un territorio ibrido dove il free jazz sfuma completamente in un’improvvisazione che reca con sè una forte componente fisica, quasi rock. Un’impalcatura capace di creare ansia e attesa. Musica vitale.” Antonio Ciarletta, Blow Up

“Si è qui alla ricerca di una articolazione sonora che vive di parecchie constatazioni di raccordo con la contemporaneità della musica e in questo senso è tutto dimostrabile sotto il profilo dei risultati. Sotto un’incalzante percussività (Giust sui carboni ardenti) ottenuta in un concerto tenutosi al Chilli Jazz Festival, si sviluppano due suites che scintillano di elementi incongrui, che si presentano comunque idiomatizzate; soprattutto nella prima “relazione” di pensieri profusa da Let me know your thought (forget my truth), funziona un impervio solismo che libera capacità e lavora sulle potenzialità: Conca con assoli brucianti, Sanna con ipnotismi divisi tra il graffio e il feedback chitarristico, Oliva che stabilisce un ponte tra varie configurazioni della vocalità (sprazzi del canto jazz, del melodramma atonale, della voce alterata dall’elaborazione elettronica, per citarne solo alcune) costruiscono un prodotto ruffiano, impetuoso, a tratti orientalizzato; nella seconda “relazione” la suite Let me know your thought (don’t be silence) impone per approfondimento una situazione ancora più subdola (direi al limite di un viaggio psichedelico), che viaggia in mondi sonori impensabili, guidata dall’assoluta perizia dei quattro musicisti. Inutile quasi ribadire che esperimenti come questi sono una panacea per la musica progettuale.” Ettore Garzia, Percorsi Musicali

La musica di questo ensemble italo-svizzero, si esprime nella libera improvvisazione, dove le tante e diverse esperienze dei musicisti creano un incrocio di sonorità e direzioni uniche e contemporanee. Il quartetto ha pubblicato il primo disco per Setola di Maiale nel 2011, registrato in concerto nell’abbazia di San Zeno di Pisa (location che, sul finire degli anni ’70, divenne una delle sedi storiche della programmazione concertistica della musica improvvisata in Italia). Sempre per Setola di Maiale, nel 2015 esce “Pow”, registrato al Chilli Jazz Festival, in Austria.

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Nervidi

Michele Anelli contrabbasso, basso elettrico ed elettronica
Dominik Gawara basso elettrico ed elettronica
Stefano Giust batteria e percussione

“Qui il processo creativo è volutamente schizofrenico. Anelli e Gawara fanno un tour de force sulle corde, viaggiando su di esse in tutti i modi più eclatanti possibili, sia con tecniche di estensione che avvalendosi delle stranezze di un pò di elettronica viva. Giust, peraltro, dà una dimostrazione verace del suo talento: raramente ho ascoltato un batterista viaggiare alla velocità della luce quanto fa lui e in questo progetto ha la possibilità di farlo; e non deve nemmeno sorprendere la creazione vivida dell’anguish surrettizia, qualità che ebbi modo di scoprire nel solo di Ossigeno a Torino. Sotto questo profilo Stefano è veramente unico. Classified è improvvisazione libera che non conosce pause, deliberatamente atonale ed aggressiva, ma certamente di contenuto: quel rischio di insuccesso che si può presentare quando si cercano strade impervie con la sperimentazione, in Classified è totalmente annullato.” Ettore Garzia, Percorsi Musicali

“Una smazzata di carne cruda, tirata su muri e pavimento. Macchina frullatutto che afferra, taglia, affetta, sminuzza e sputa brandelli non omogenei a ciclo continuo. Groviglio fitto ed atonalità complessa d’insieme (lavorata di muscoli, sudore e frullino). Un trio impro da sbarco sul limite della slogatura. Pesti e carogneschi, mascelle slogate di meraviglia. Roba non quieta, che quando s’espande diventa più infida. Urbanizzazioni pesanti, lividi, spunti e ossa rotte, rattoppi cameristico/elettroacustici da cartoon lisergico in bad trip solarizzato. Se non si ha paura di un pugno sul naso, gran bel digrignar.” Marco Carcasi, Kathodik

Nervidi è un trio dedicato alla libera improvvisazione che prende forma a Torino, dopo due concerti nel febbraio 2016. Un album intitolato Classified è disponibile su Setola di Maiale.

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Mahakaruna Quartet

Giorgio Pacorig pianoforte
Cene Resnik sax tenore
Gabriele Cancelli cornetta e tromba
Stefano Giust batteria e percussione

“Questo gruppo è una vera forza della natura. Ottimi i dialoghi tra il sax di Resnik e la cornetta di Cancelli, ricco e mai prevedibile il pianismo di Pacorig, libero e antiretorico Giust alla batteria. La musica libera e la bellezza di ciò che non è prevedibile e incasellabile sono una scelta politica, un lungo, fertile flusso di invenzioni. Un disco molto bello e al quale ritornare nel tempo, suonato e composto da musicisti da seguire, senza riserve.” Nazim Comunale, The New Noise

“I singoli brani, originariamente melodici, hanno una densità ‘industriale’, o ‘meccanica’ e così deviano l’estetica di questi pezzi popolari, fondendoli insieme in un unico processo. Eccellenti esempi sono Addio Lugano, 8 Ore e Canto Dei Battipali. La fusione dei due mondi è meglio riflessa nelle Cantigas Do Maio, dove la musica epica e allo stesso tempo melodica e sperimentale è alla ricerca di uno spazio sonoro più ampio. In questo modo, l’ascoltatore recepisce un messaggio significativo per i tempi in cui viviamo: le attrezzature del lavoro non sono più strumenti esclusivi, abbiamo persone che diventano disumanizzate; le macchine non sono più solo robot.” Nina Novak, Sigic

La musica del gruppo si muove lungo le traiettorie del free jazz, aggiornato ai nostri giorni. “Maha Karuna” significa grande compassione in Pali e Sanscrito, l’antica lingua indiana. “Maha” è grande e “karuna” è la compassione per ogni essere vivente, dal momento che tutti soffrono di molte cause diverse, in questo mondo. Cene è sloveno, vive a Lubiana ed è sicuramente uno dei saxofonisti più interessanti della Mitteleuropa. Il loro album intitolato Inventum è stato pubblicato da Nuovo Corso, nell’aprile 2017.

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The Five Roosters

Martin Mayes corno francese
Mario Arcari sax soprano curvo
Massimo Falascone sax alto, sax baritono e iPad
Roberto Del Piano basso elettrico
Stefano Giust batteria e percussione

“Cinque improvvisatori al top, dall’Italia. Mentre potrebbe essere difficile esprimere esattamente quello che succede nel loro disco, di certo il prodotto finale è travolgente come i suoni prodotti dai membri del gruppo.” Ken Waxman, Jazz Word

“Nessun tema, nessun assolo, nessun accompagnamento, nessuna sezione ritmica. Invece di giocare tutti insieme a scapito di leggibilità, si alternano sulle mezze misure, punti e curve. Eminentemente collettivo, un puzzle caleidoscopico. In primo luogo il batterista, un crepitio organico che accelera e rallenta intorno ad una pulsazione implicita e raramente sottolineata. Sembra come se non gli importi del resto. Eppure, si può chiaramente sentire come i suoi strumenti e le sue tecniche sorreggono l’edificio. Ho davvero un grande piacere ad ascoltare questi pazzi Five Roosters. Un disco originale dove gioco e creativà hanno la precedenza sulla realizzazione individuale.” Jean-Michel Van Schouwburg, Improjazz/Orynx-improvandsounds

“Qui tutto si svolge nella più logica e benefica pratica improvvisativa, pieno di vitalità ed inventiva.” Ettore Garzia, Percorsi Musicali

“Partiamo dalla line-up per riscoprire ancora una volta la scena del free milanese anni ’70. Iniziamo dal brillante bassista elettrico Roberto Del Piano, un passato nel Gruppo Contemporaneo di Guido Mazzon, così come nel Trio Idea di Liguori e attualmente impegnato in Three Uncles con Magliocchi e Boss. Attorno a Del Piano, anima di questo avventuroso progetto neo-radicale, Mario Arcari, uno che ha fatto convivere nella propria storia sia De André che Steve Lacy; Martin Mayes, già nella Company di Derek Bailey e nell’Italian Instabile Orchestra; Massimo Falascone, anche lui con il Gruppo Contemporaneo e decine di altri progetti successivi, e infine Stefano Giust, il più giovane, ma ormai certamente propulsore della rivitalizzazione della scena improvvisata e dell’out-jazz italiano. Un power quintet che sembra suonare insieme da sempre: orientamenti non pianificati, ma perfetta l’intesa che riesce a scaturire con estrema lucidità (e creatività) nell’attimo stesso in cui le cose accadono. Viene esaltata una grandissima fisicità, basti ascoltare la brillantissima sezione ritmica che esalta un’intesa basso/batteria davvero invidiabile, per convincersi del fatto che set di improvvisazioni come queste lasciano un segno tra i tanti progetti che oggi vengono prodotti in materia.” Michele Coralli, Blow Up

Il gruppo è stato messo insieme dal bassista Roberto Del Piano. La musica del quintetto è un mare di suoni, un fiume in piena che sfocia qualche volta in sconosciuti laghi notturni. Hanno realizzato un album per Setola di Maiale nel 2013.

 
 
TAI No-Orchestra

Roberto Masotti visual, live video e improWYSIWYG
Gianluca Lo Presti visual, live video e improWYSIWYG
Pat Moonchy voce, persephone, zengarten, taimachine, waterphone e mobius
Patrizia Oliva voce, elettronica, oggetti, nastro magnetico
Giancarlo Locatelli clarinetti, bells e oggetti
Mario Arcari oboe, sax soprano, clarinetto e shanaij
Massimo Falascone sax alto, baritono e sopranino, crackle box, tugombuto, iPad e live electronics
Claudio Lugo sax soprano curvo, sax alto e oggetti
Riccardo Luppi flauto traverso, sax soprano e tenore
Edoardo Ricci sax alto, soprano e sopranino, clarinetto basso, circuit bending, oggetti e live electronics
Stefano Bartolini sax tenore e baritono, oggetti e live electronics
Guido Mazzon tramba, cornetta e pocket trumpet
Luca Calabrese tromba e live electronics
Alberto Mandarini tromba e flugelhorn
Matteo Pennese cornetta, pocket trumpet e live electronics
Martin Mayes corno francese, alphorn e conchiglia
Angelo Contini trombone, didgeridoo e oggetti
Alberto Braida pianoforte
Alberto Tacchini pianoforte e live electronics
Claudio Lodati chitarre e live electronics
Alessandra Novaga chitarre e oggetti
Eugenio Sanna chitarra amplificata e oggetti
Paolo Botti viola, stroh violin, banjo, bowed psaltery, er-hu, cornetta e dobro
Walter Prati violoncello
Roberto Del Piano basso elettrico
Silvia Bolognesi contrabbasso
Filippo Monico batteria e percussione
Stefano Giust batteria e percussione

Collaboratori:
Alessandro Bosetti voce ed elettronica
Carlo Prevosti filmmaker documentale (Insolito Cinema)
Fabio Volpi visual, live video / AU+ e sintetizzatore
Rosarita Crisafi visual, live video / AU+ e saxofoni
Antonello Cassinotti voce
Fabio Mina flauto traverso
Eloisa Manera violino
Roberto Zorzi chitarra elettrica
Annalisa Pascai Saiu voce e oggetti
Michele Anelli contrabbasso e basso elettrico
Andrea Grossi contrabbasso
Bob Marsh violino, violoncello, voce, electronics e sonic suits
Matthias Boss violino
Lino Liguori batteria
Marcello Magliocchi batteria e percussione
Ferdinando Faraò batteria e percussione
Cristiano Calcagnile batteria e percussione
Andrea Centazzo batteria e percussione

“Fantastica serata conclusiva dello straordinario festival impro TAI Fest #2. Si comincia con il trio composto da Roberto del Piano, storico bassista del trio di Gaetano Liguori, che apre le danze insieme al chitarrista Claudio Lodati e allo scozzese Martin Mayes al corno. Iniziano minimal per poi cadere dentro una falla di suoni rinvigoriti dalla chitarra effettata di Lodati, le funamboliche peripezie di Roberto e i giochi armonici di Mayes che ad un certo punto riesce a far suonare palloncini gonfiandoli e sgonfiandoli con destrezza. Dopo una breve pausa è il turno di un quartetto improbabile capitanato dall’ottimo batterista Stefano Giust, uno dei migliori in circolazione, dal grandissimo trombone di Angelo Contini, il contrabbasso del giovanissimo Andrea Grossi e il grande Mario Arcari già collaboratore di De Andrè: sembra una palla musicale stramba e magica quella che si rimbalzano questi quattro straordinari improvvisatori tra ritmi zoppi, strombonate irripetibili, precisi assolo con archetto e melodie di oboe classicheggianti. Rapido cambio di palco. Il duo Patrizia Oliva (voce ed elettronica) e Alessandra Novaga (chitarra preparata) è pronto. Un momento mistico e catartico di grande suggestione. Il finale è da brividi: i sax di Massimo Falascone e la voce di Pat Moonchy duettano in un mantra senza limiti di tempo nè spazio, accompagnati dai video del collettivo AU da una parte, mentre dall’altra dai video di improWYSIWIG condotti da Gianluca Lo Presti e dal fotografo storico della ECM, Roberto Masotti. Quando la musica si placa, dopo uno short bis, il pubblico scoppia in un fragoroso applauso e mi accorgo che tutto il locale è commosso e paralizzato da tanta magia e da tanto incanto…” Fabrizio Testa, Blow Up

Terra Australis Incognita. Questo progetto nasce da una idea di Massimo Falascone, Roberto Del Piano e Roberto Masotti. Non proprio una orchestra, ma un aggregato di musicisti disponibili sotto questo marchio per concerti e rassegne, in organici di volta in volta diversi e che trova la sua forza nella diversità di questo formidabile incrocio di persone e di talenti. Della formazione faceva parte Roberto Gatti aka Robin Neko (crackle box, testi) purtroppo scomparso nel marzo 2017. TAI è molteplicità di pensiero e di poesia, dispersione di visualità, creatività e impegno, con una forte connotazione visuale, tramite proiezioni e luci e si muove soprattutto sul terreno dell’improvvisazione, anche se la scrittura può far parte del percorso.

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A solo play

Stefano Giust batteria, piatti, oggetti, percussione

Il solo è una pratica musicale molto interessante per un musicista, in particolare per un improvvisatore. Non c’è la pluralità e l’attrito dell’ensemble ed anche, può essere una forte esperienza sonica e visiva per lo spettatore. Il mio interesse verso questa pratica nasce intorno ai primi anni ’90 e nel ’94, un mio doppio album ha un titolo esaustivo: “Ripercuotere” (SM040/050). In seguito, per molti anni, il mio coinvolgimento verso il solo si è dimostrato secondario al mio interesse per la musica d’insieme, dal duo in su, ciò nonostante non ho mai smesso di coltivarlo anche dal vivo. Derek Bailey diceva che nel solo non ci sono le sorprese e le alchimie che possono intercorrere tra più esecutori: è vero, perchè ad emergere è la mera estetica musicale personale, senza interferenze, senza addizioni, la musica che ne risulta ha perciò un maggior grado di controllo. Nel solo di un batterista improvvisatore, tante sono le influenze musicali ed anche extra-musicali che entrano in gioco, variabili tra loro in percentuali peculiari per ogni musicista. Certamente sono fondamentali le esperienze fatte nel campo della musica a percussione nell’ambito della musica classica e contemporanea occidentale del XX secolo – su tutti Varèse, Scelsi, Stockhausen, Xenakis, Cage, Feldman e Bartók. Altrettanto lo sono, e non potrebbe essere diversamente, le esperienze fatte nel batterismo ascrivibile al jazz più avventuroso, con musicisti come, in ordine sparso, Sunny Murray, Andrew Cyrille, Ed Blackwell, Charles Moffett, Barry Altschul, Jerome Cooper, Milford Graves, Jo Jones, Rashied Ali, J.C. Moses, Dennis Charles, Elvin Jones, Dannie Richmond, Marco Cristofolini, Tony Rusconi, Toshi Tsuchitori, Shoji Hano e, più sperimentali, come Paul Lovens, Roger Turner, David Moss, Han Bennink, Paul Lytton, Max Neuhaus, Vladimir Tarasov, Tony Oxley, Sven-Åke Johansson, Günter Sommer, Eddie Prévost, John Stevens, Fritz Hauser, Pierre Favre, Sabu Toyozumi, Gerry Hemingway, Andrea Centazzo, Marcello Magliocchi, Filippo Monico. Molti di questi musicisti sono tra i primi, per ragioni anche anagrafiche, ad avere interiorizzato, personalizzato e perfino ampliato, l’esplorazione radicale della percussione già perseguita in tante partiture del XX secolo (il primo pezzo per sola percussione è Ionisation di Edgard Varèse, scritto tra il 1929 e il 1931). La ricerca dei compositori si fa via via sempre più complessa ed anche divergente e riguarda ovviamente ogni aspetto: il timbro, le possibilità propriamente ritmiche, la gestualità e lo sviluppo delle tecniche estese. La batteria è ampliabile musicalmente, la si può preparare (in maniera estemporanea o anche permanente), così come John Cage ci ha insegnato con il suo pianoforte preparato, una idea evidentemente adattabile a qualsiasi strumento musicale. I tamburi cambiano le proprie caratteristiche con piatti ed oggetti appoggiati sopra e non di meno, questi suonano differentemente per il fatto di essere appoggiati sui tamburi. Il primo compositore ad aver scritto in partitura l’azione di percuotere un piatto appoggiato ad un tamburo è stato Giacinto Scelsi, il quale ha ampliato moltissimo le tecniche esecutive e le combinazioni timbriche di percussioni e metallofoni; anche Karlheinz Stockhausen, in particolare in Mikrophonie 1, dove un grande tamtam è sollecitato con una ricca varietà di oggetti del quotidiano, in vetro, cartone, metallo, legno, gomma e plastica, più due microfoni. I compositori – e qui vanno aggiunti almeno Thelonious Monk, Ornette Coleman, Cecil Taylor ed Anthony Braxton – hanno aperto nuove strade, nuove concezioni su cosa si possa fare con il ritmo e queste idee hanno positivamente arricchito il batterismo contemporaneo che si esprime, nel mio contesto, con la praticata improvvisativa. La batteria si è affrancata dall’essere strumento di accompagnamento, relegato alla pura scansione ritmica. Anche il tempo si è liberato e come diceva Paul Bley, così come il ritmo cardiaco non è costante, anche il tempo in musica deve poter fare altrettanto, nessuna briglia alle accellerazioni, ai rallentamenti, il tempo è libero di seguire il flusso ovunque vada e di esprimerlo, di cavalcarlo; come insisteva Cecil Taylor “l’idea della batteria-metronomo è morta e sepolta”. Gli elementi di una batteria sono insieme una grande sorgente di suoni e vibrazioni diverse, sono già una piccola orchestra, con i suoi tamburi e piatti e la personale selezione di battenti, piccoli metallofoni e altri oggetti percussivi che insieme preparano il drum kit. Timbri e intensità diverse si combinano insieme e generano rumori, ritmi, poliritmie, suono, con dinamiche, volumi e masse differenti: la responsabilità del musicista sta proprio nel saper gestire tutto questo e nel raccontare con questi materiali una storia musicale coerente. Sono queste le coordinate verso le quali sono proiettato e in cui mi muovo. Voglio anche aggiungere che ogni influenza arricchisce in quanto esperienza, perciò anche le passioni giovanili servono a delineare alcune sfumature che poi, per un musicista, si riveleranno ‘utili’ con gli anni a venire. Nel mio caso, da bambino mi piacevano John Bonham e Ian Paice, le drum machine dei Kraftwerk, poi da adolescente i batteristi del post punk, dell’hardcore, e poi Chris Cutler, Charles Hayward ed anche Aphex Twin, Autechre, etc. Un altro mondo interessante sono le musiche extra occidentali, seppure qui non possa definirmi un esperto. Certo amo la musica dell’Africa, in particolare mi piace la musica Apala della Nigeria, il Gamelan dell’Indonesia, il Gondang Sabangunan del Nord Sumatra, la musica dell’India da nord a sud, il Ca Tru vietnamita. La musica delle percussioni sembra essere materia infinita, e lo è davvero: accompagna da sempre la nostra lunga storia di esseri umani, ci muove qualcosa dentro. Vibrano le pelli ed i metallofoni e noi con essi, è fisica e metafisica. Ma la musica del solo dipende anche dalle circostanze della vita, così come dall’acustica del luogo e dalle energie presenti, e sa adattarsi, la dinamica può esprimersi in fortissimo (fff) oppure in pianissimo (ppp) e spostarsi lungo le gradazioni dell’intensità dinamica. Ma alla fine, è il cuore a venire prima di ogni altra cosa.

 
 
Collaborazioni

 
Fred Casadei Spiritual Unity

Fred Casadei contrabbasso

Marco Colonna clarinetto basso

Stefano Giust batteria e percussione

Progetto aperto, attivo dal 2016, guidato da Fred Casadei. Abbiamo fatto il primo tour come trio insieme a Riccardo Marogna (clarinetto basso, sax tenore) e come quartetto con Paolo Pascolo (flauto, sax alto) e Gabriele Cancelli (tromba). L’anno seguente, il tour ha coinvolto Marco Colonna, ancora una volta in un trio. Ma ci sono altri musicisti che Fred coinvolge, soprattutto dell’area romana. L’ensemble suona composizioni originali con ampie possibilità di improvvisazione collettiva e solista. Nel 2017 sono stati pubblicati da Setola di Maiale, tre album usciti contemporaneamente, con le stesse composizioni interpretate con tre diversi ensemble: Love (trio con Marco Colonna e me), Sky (duo con Francesco Manfrè al violoncello) e Sun (duo con Luca Venitucci alla fisarmonica).

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Noma

Alessandra Laganà voce
Tommaso Marletta chitarre, sintetizzatori, elettronica
Dominik Gawara basso elettrico
Gianni Gebbia sax soprano
Kei Yoshida tromba
Fabrizio Modenese Palumbo chitarra elettrica
Paul Beauchamp sega
Patrizia Oliva voce
Gabrio Bevilacqua contrabbasso
Stefano Giust batteria e percussione

Noma è un progetto guidato da Alessandra Laganà e Tommaso Marletta con molti collaboratori. Al momento è un lavoro in corso, notizie dettagliate molto presto.

 
 
Compagnia blucinQue ‘Il Volo/La Vertigine di Giulietta’

Caterina Mochi Sismondi regia e coreografia
Francesca Netto, Caterina Mochi Sismondi adattamento drammaturgico
Jonnathan Angel Rodriguez, Elisa Mutto, Rio Ballerani, Andrea Paola Martínez, Lukas Vaca Medina, Federico Ceragioli, Camilo Jimenez acrobati, danzatori
Francesca Netto, Marta Rizzi, attori
Patrizia Oliva, Stefano Giust musica
Max Vesco, con la supervisione di Lucio Diana luci
Monica Oliviero audio
blucinQue / Fondazione Cirko Vertigo produzione

Romeo e Giulietta di Shakespeare è l’occasione in questo spettacolo per indagare la relazione e la perdita dei sensi, portando il lavoro in una dimensione onirico-sonora. La Vertigine è intesa qui come amorosa: attraverso le tecniche circensi, e con continua ricerca sulle tematiche dello spiazzamento, del disequilibrio e anche del conflitto e dell’attrazione, l’allestimento si basa su una drammaturgia originale. A marzo 2016 è ripartito questo studio – un lavoro già intrapreso dalla compagnia con La Vertigine di Giulietta/Il Balcone per il network In Situ, nel 2014 – rinnovando l’attenzione sugli elementi musicali, in relazione al corpo e all’attrezzo circense: il suono rimane parte integrante del lavoro di ricerca, caratteristica anche delle ultime creazioni della compagnia, come VertigoSuite# (premio NeXt 2015 che ha debuttato al Piccolo Teatro di Milano) e We273 (lavoro su John Cage – per il quale ho fatto, alla Cascade di Bourg St Andéol in Francia, da tutor per la compagnia, sulla vita e l’opera di Cage – selezionato per il Festival d’AvignonOff e che ha debuttato a Civitanova Danza), così come la commistione tra teatrodanza e circo. Con Il Volo di Giulietta si presenta per la prima volta la relazione tra le parti e i personaggi attraverso un viaggio in chiave onirica dell’opera: l’utilizzo di elementi sonori e di tecniche circensi sono parte integrante della coreografia, la musica elettronica di Patrizia Oliva, gli adattamenti dal famoso balletto del 1935 di Sergej Prokof’ev e del testo come partitura sonora si fondono con la batteria e gli strumenti a percussione di Stefano Giust, con le voci e il movimento dei performer, che portano in scena tecniche quali il cerchio, i tessuti, l’acrobatica e la danza.

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Pierpaolo Capovilla ‘Obtorto Collo Tour’

Pierpaolo Capovilla voce e basso elettrico
Guglielmo Pagnozzi sax alto, clarinetto e tastiera
Kole Laca tastiere ed elettronica
Alberto N. A. Turra chitarra elettrica
Francesco Lobina basso elettrico
Stefano Giust batteria e percussione

“Arriva un momento, nella vita di un artista, in cui senti il bisogno di sbarazzarti del tuo passato, e tentare strade nuove su cui inerpicarsi. L’incontro artistico e professionale con il maestro Zennaro, con il quale ho composto gran parte del disco, è stato imprescindibile. Zennaro viene dalla coreografia contemporanea: è uno dei compositori di fiducia di Carolyn Carlson. Viene dunque da un mondo molto lontano dal rock: la sua sensibilità compositiva è caratterizzata da un approccio fortemente sintetico, “povero” se vogliamo, attraverso il quale abbiamo dato vita ad un repertorio avulso dal rock in quanto tale, e molto vicino alla canzone francese. Il contributo di Taketo Gohara e dei ben venti splendidi musicisti che sono venuti a suonare queste canzoni è stato fondamentale. Senza di loro, questo disco non avrebbe mai visto la luce. Ecco: Obtorto Collo è certamente il mio primo lavoro solista, ma è stato fatto, pensato ed attualizzato da un gruppo di musicisti, da un “cervello collettivo”. E vorrei dire la stessa cosa della band con cui suono questo repertorio dal vivo. Settimane di prove per riarrangiare le canzoni, senza tradirne lo spirito. Un lavoraccio faticoso, ma avvincente. Alberto Turra ha portato il suo talento chitarristico, declinandolo con un’eleganza d’altri tempi, Stefano Giust, che viene dall’avanguardia, suona la batteria come un fantasma, la sfiora, la accarezza e la percuote come nessuno in Italia. Kole Laca e Checco Lobina, rispettivamente alle tastiere e al basso, sono musicisti di grande esperienza e di notevole spessore. Infine Guglielmo Pagnozzi, al sax alto… Che arrangiatore! E quale talento! Perdonami questa agiografia… Incomincio a lasciarmi rapire dall’entusiasmo anch’io!” Pierpaolo Capovilla, da una intervista per Urban Week

“Complessità ed eleganza a Villa Ada. Un Pierpaolo Capovilla inedito nel repertorio e nell’atteggiamento che sa stupire il suo pubblico rapito da musica e parole, scosso da una band eccezionale. Sul palco con il cantante Kole Laca “alle diavolerie elettroniche”, già tastierista del Teatro degli Orrori, sempre prezioso in ogni contributo; Alberto Turra alla chitarra elettrica, fondamentali le sue distorsioni allucinate; Francesco Lobina al basso, direttamente preso in prestito dal mondo del blues e del jazz; Stefano Giust alla batteria e alle percussioni, pronto a guidare i pezzi più classici e a dare spettacolo nei momenti più frenetici e Guglielmo Pagnozzi, sintetizzatore e sax alto, che al momento giusto sa dominare il palco con fascino magnetico. Tutti musicisti di primo ordine che giocano evidentemente un ruolo fondamentale, sta soprattutto a loro l’estemporanea ricostruzione delle difficili atmosfere di “Obtorto Collo”, è merito loro quell’improvvisazione senza incertezze che si avverte proprio nella sua capacità di seguire e rincorrere l’interpretazione di Capovilla, svincolandola da tempi prestabiliti e dandole così modo di esprimersi al meglio attraverso brevi pause e silenzi prolungati. In tutto ciò Capovilla rimane al centro della scena, protagonista nel dettare i tempi ma anche intelligente nel cogliere i momenti in cui farsi da parte in favore della band. Nel repertorio suonato non mancano due poesie di Pasolini (“Ballata delle madri”) e Majakovskij (“Lilicka! Invece di una lettera”), un pezzo degli One Dimensional Man (“A better man”) e due chicche dal repertorio del Teatro degli Orrori (“Io ti aspetto” e “Vivere e morire a Treviso”), quelle che non trovano spazio nelle esibizioni della band e che vengono accolte da un pubblico meravigliato ed emozionato. Dopo un’ora e mezza circa di musica, la band saluta un pubblico felicemente sconvolto da un concerto ricco e sentito, in cui Capovilla è stato in grado di far convergere ed aggiungere qualcosa alle varie anime della sua figura artistica. Impossibile comunque mascherare l’attaccamento all’ultimo lavoro, l’emozione nel vederlo compreso e riconosciuto dai presenti, apprezzato come un disco coraggioso merita, soddisfatto è invece il pubblico dopo una sua ricostruzione perfetta, intima e raffinata, investita di una carica emotiva difficile da dimenticare.” Zai.net

“Il live è quello di uno dei cantautori più veri ed intriganti del panorama musicale Italiano. Si spengono i riflettori e sul palco (di Villa Ada) inizia a prendere forma un sestetto di musicisti che da lì a poco avrebbe dato vita a Obtorto Collo. Quindici interpretazioni durante le quali l’artista non si risparmia e regala note che toccano le corde del cuore e lasciano un‘impronta indelebile. Intime, dolci e dolorose. Lo show musicale è di pregevole fattura e la presenza scenica di Capovilla cattura. Per lui ogni canzone diventa un espediente letterario. Capovilla mette in musica ognuno di noi presente nel parterre. Nel finale, magistrale l’esecuzione di Lilicka.” Qube Music

“Grande serata quella passata ieri sera al Circolo Magnolia di Segrate. I testi taglienti e la musica intensa, resa grazie ad una band d’eccellenza, rendono il pubblico completamente assorto e affascinato dal live e dall’interpretazione che Capovilla da alle parole delle sue canzoni. Durante tutto il live si parla di temi delicati, come la violenza sulle donne in “Quando“, di morti di Stato in “82 ore“, che tratta la storia di Francesco Mastrogiovanni, morto dopo 82 ore di maltrattamenti (TSO) presso una clinica psichiatrica.” Dafen Project

“Il concerto di Pierpaolo Capovilla andato in scena al TPO di Bologna lascia in mano, a chi ha avuto la fortuna di essere presente, qualche bella certezza su questo suo “Obtorto Collo Tour”. Precipitatevi al prossimo concerto e godetevelo tutto. Sì, perché l’energia che arriva dal palco è impressionante; Pierpaolo canta, recita, racconta, si appassiona, si diverte, suona, pensa. E il pubblico con lui. Si solleva un’ovazione, naturalmente diretta anche ai musicisti che lo accompagnano, una vera forza. Se il disco vi ha lasciati perplessi, un live di questo tour cancellerà ogni dubbio sul primo lavoro solista di Capovilla.” Outune

“C’è un moto disarmonico che, partendo dal titolo Obtorto Collo, attraversa per intero l’ultimo lavoro in studio di Pierpaolo Capovilla. C’è una complessità irrisolta dentro ai brani che l’ensemble di musicisti porta in scena (al Magnolia) in uno dei soliti freddi mercoledì dell’hinterland di Milano. Come la società che cerca di descrivere, la musica di Pierpaolo appare, nella sua resa dal vivo, una creatura (volutamente) sgangherata che si trascina seguendo, per l’appunto, un moto complesso e disarmonico. Gli artisti sul palco incarnano questa complessa disarmonia nella fisicità dei loro corpi, nella esperta gestualità dei movimenti da cui derivano le sonorità che, forti e precise, sferzano l’aria colmandola di un’impassibile tensione. Atterrisce, per la sua intensa bellezza, il suono del saxofono di Guglielmo Pagnozzi, che si mescola alle dolci e languide note della chitarra di Alberto Turra. Alla batteria, Stefano Giust, che presta al “rock” i suoi snodati polsi da jazzista senza precludersi una digressione nel campo della musica improvvisata, con un solo che inizia accartocciando bicchieri di plastica e termina sfregando i piatti sulle pelli dei tamburi. Francesco Lobina al basso, col suo fare un po’ olandese, e il pizzuto Kole Laca alle tastiere costruiscono un vibrante tappeto di suoni su cui si adagia la voce di Pierpaolo Capovilla che nell’esperienza di anni si è affinata, divenendo sempre più consapevole e intensa. La ricchezza delle contaminazioni musicali dipende dall’immenso background dei musicisti, di grande esperienza. La natura educativa – apparentemente intenzionale – del processo interpretativo, sia dal punto di vista musicale che in termini di critica sociale rimane, a mio avviso, ammirevole e tutt’altro che presuntuosa.” OnDetour

“Undici concerti, due dj-set e migliaia di persone: questo è stato la quarta edizione del festival della Tempesta. La prima sorpresa è marchiata Pierpaolo Capovilla, che esegue Obtorto Collo con piglio convinto, supportato da una band in grado di gettare una luce diversa sul criticato esordio.” Rumore

“Un’ora e mezza di musica e parole che ha raccolto attorno a se (al Magnolia di Milano) un pubblico assorto e attento all’interpretazione dell’artista in un’atmosfera intensa resa tale anche grazie ai grandi musicisti che lo hanno accompagnato. Uno spettacolo coinvolgente e toccante che merita veramente di essere vissuto.” Musica Rock

“Pierpaolo Capovilla ha vinto. Di nuovo. Ho assistito a due date del tour di Obtorto Collo e no, non mi sono annoiata, neanche un secondo. C’è un’eleganza che sorprende. Capovilla è un attore nato: inutile allungarsi sulle sue doti recitative, è bravo, sa come muoversi e fare suo lo spettatore, con quello sguardo penetrante e quella voce un po’ rauca di chi ha fumato troppe sigarette. E se i concerti piacciono non è solo per Pierpaolo, ma anche perchè alle sue spalle ha dei grandi professionisti che rendono tutto meraviglioso. Il pubblico risponde alla grande e molto partecipe.” Le Ringhiere

“Con una band davvero eccezionale, Capovilla sale sul palco dell’Orion di Roma sulle note di “Bucharest” prima di aprire davvero il concerto con la sulfurea “Invitami” e subito, si materializzano gli spazi intimi ed a tratti soffocanti dell’album, le atmosfere allucinate arricchite da timbri e rifiniture precisi. Alla band è affidato il compito di plasmare i brani, di costruire assoli fulminanti e di tendere il filo su cui Capovilla può muoversi sicuro di non cadere, libero di dare sfogo ad ogni sua ispirazione ed iniziativa. Ed in tutto ciò il cantante si diverte da assoluto protagonista, sfodera tutte le sue capacità da artista consumato, attore e musicista, comunica con il pubblico in modo trasparente, senza declamare o provocare, imbraccia il basso per sporcare ulteriormente la cupissima “Come ti vorrei” e dare maggior compattezza a “Dove vai”, si aggira sul palco per la crudele e teatrale “Quando”, si lancia nell’interpretazione da crooner di “Bucharest” e si immerge con straordinaria intensità nelle parole di Majakovskij in “”Lilicka”. Ma sono soprattutto “Vivere e morire a Treviso” e la title track del disco, “Obtorto collo”, a sconvolgere in modi completamente diversi, la prima con la sua dolcezza dolorosa ma non rassegnata, non ha mai trovato spazio nelle esibizione del Teatro e viene ora eseguita in modo ancora più suggestivo grazie alla ricchezza timbrica dello stile del percussionista Stefano Giust; la seconda è rumorosa, pesante come un macigno, impietosa ed alienante ma commuove quando dopo tanta furia e disperazione sfocia nelle note finali. Così è Pierpaolo Capovilla e questo ci dice: che in fondo è una questione di umanità, che dall’angoscia ad una carezza l’unica via è un po’ di preziosa compassione, il sentimento più rivoluzionario contro questi tempi in cui viviamo.” Outsiders

Pierpaolo Capovilla (1968) è ben conosciuto come fondatore e cantante de Il Teatro degli Orrori e di One Dimensional Man, con i quali suona anche il basso elettrico. Parallelamente a questi progetti, è molto attivo con readings musicali su testi di Pier Paolo Pasolini, Vladimir Majakovskij e altri autori. Nel 2012 è stato nominato ‘Uomo dell’Anno’ dal settimanale l’Espresso. Il gruppo che lo accompagna dal vivo è formato da musicisti rodati e brillanti, già coinvolti in molteplici progetti artistici che spaziano attraverso il jazz, il free jazz, il rock, l’afrobeat, l’elettronica, la musica sperimentale, la musica Klezmer, l’improvvisazione radicale, il blues di New Orleans, la composizione per il teatro e per il cinema, il cantautorato. La musica suonata in concerto è tratta dal suo straordinario album di debutto Obtorto Collo, uscito il 27 maggio 2014 per Virgin/La Tempesta/Universal e prodotto da Taketo Gohara. Il tour si avvale della produzione di BPM concerti. Il tecnico luci è Max Klein mentre ai mixer si sono alternati Giulio Ragno Favero, Elvis Graffi e Simo Sant.

 
 
Pierpaolo Capovilla ‘Interiezioni’

Pierpaolo Capovilla regia, voce narrante, sussurri e grida
Paki Zennaro live electronics, chitarra, sintetizzatore, campionamenti
Guglielmo Pagnozzi sax alto, clarinetto, live electronics, percussioni
Angelo Urso contrabbasso
Stefano Giust batteria e percussione

Dalla presentazione ufficiale: “Interiezioni – Duplice rapina poetica e fuga a gambe levate dagli orrori della quotidianità. La follia e il suo doppio. La stigmatizzazione sociale, l’esercizio del potere statuale sul corpo vivo dell’individuo. La follia, intesa come disperato rifiuto del soggetto a conformarsi alle circostanze storiche, sociali e culturali in cui sopravvive.
Da un’idea di Pierpaolo Capovilla, voce del gruppo rock Il Teatro degli Orrori, fra i più noti della scena musicale indipendente, e il maestro Paki Zennaro, compositore sperimentale e storico collaboratore di Carolyn Carlson, nasce “Interiezioni”, uno spettacolo meta-teatrale in bilico fra poesia e sperimentazione musicale.
I testi della rappresentazione sono stati scelti da “Succubi e Supplizi”, di Antonin Artaud, e “Nostra Signora dei Turchi”, di Carmelo Bene. Non una scelta casuale: Bene fu il più grande fautore di quel ‘Teatro della Crudeltà’ di Artaud, che diede vita al suo grande e mai dimenticato ‘teatro di scena’, quello nel quale l’attorializzazione dei contenuti poetici prende il sopravvento sulla semplice e pedissequa recitazione formalistica.
Accompagnati da tre musicisti di indubbio talento, quali Stefano Giust, batterista jazz d’avanguardia di fama internazionale, Gugliemo Pagnozzi, sassofonista dai molteplici interessi artistici, che vanno dal jazz all’afro-beat, dal rock all’avanguardia, e Angelo Urso, virtuoso del contrabbasso, Paki Zennaro (qui con i suoi live elecrtonics, ma anche alla chitarra e ai campionamenti) e Pierpaolo Capovilla proporranno una lettura emozionante e conturbante dei versi di Artaud e Bene, incrociandoli e coniugandoli in un crescendo misterico, dove la “follia” di Antonin Artaud (che nel 1946 scrisse “Succubi e Supplizi” nel manicomio di Rodez, nei giorni di pausa fra un elettroshock e l’altro) si incontra con l’immaginifica “santità” visionaria beniana, così provocatoriamente inscenata in quella scrittura precipitosa e allucinata di “Nostra Signora dei Turchi”, che il Nostro scrisse in pochi giorni ad Otranto, nel 1966.
A cura di Fania Palma ed Enea Garrapa sarà una video installazione alla quale hanno preso parte cittadine e cittadini salentini, che hanno donato il loro volto, ripreso ostinatamente in primissimo piano, che completa e impreziosisce la narrazione poetica.
Un progetto ambizioso, rischioso e un po’ folle, ma proprio per questo vicino allo spirito poetico che animava i due grandi protagonisti del teatro novecentesco, “Interiezioni” è un evento nuovo, originale e inedito nel panorama drammaturgico contemporaneo.
Incrociando il verso doloroso e collerico di Antonin Artaud con l’irriverente e dissacrante ironia di Carmelo Bene, “Interiezioni” ambisce a riscoprire i due autori sotto una luce nuova, contemporanea e sperimentale, arbitraria nella forma ma intimamente coerente con il contenuto poetico, che viene liberato dalla prigionia della pagina scritta, per librarsi nell’evocazione enunciativa. Pierpaolo Capovilla, già protagonista di numerosi altri progetti meta-teatrali, fra i quali “Eresia”, da Majakovskij, e “La Religione del mio Tempo”, di Pier Paolo Pasolini, questa volta volge lo sguardo verso i temi della follia e dell’ideologia psichiatrica, della rivolta e dell’emancipazione dall’insondabile solitudine del singolo di fronte alla forza prevaricatrice e omicidiaria della società moderna, promettendo al pubblico che vorrà assistervi emozioni, batticuori, lacrime e risa. Un evento nel segno della grande poesia del novecento, rivisitata nello spirito della contemporaneità.”

 


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