Qualche parola

Molti musicisti scrivono le loro partiture su carta o tramite computer e, occasionalmente, discutono con i colleghi disegnando linee e facendo segni come fanno i matematici o i fisici. Mi piace, ma per me non è mai stato proprio così. È vero che nelle mie esplorazioni sonore ho composto musica acusmatica con la tecnica della sovraincisione, mi è piaciuto scrivere qualche partitura grafica e di recente, qualche volta, amo organizzare la musica attraverso una descrizione letteraria e poetica, ma in generale non ho alcun interesse a scrivere musica o fissare procedure troppo frenanti, preferisco organizzare ed esprimere le mie idee musicali suonandole direttamente, oppure pensare ad un ensemble di musicisti specifico. Come improvvisatore sono totalmente coinvolto in questo modo di pensare e fare musica, un processo che porta alla composizione istantanea. Comunque sia, quanto ho imparato sulla musica, sulla sua grammatica, l’ho poi dimenticato.

I suoni della batteria hanno un andamento e lettura orizzontale ma anche verticale, ci sono sovrapposizioni, contrasti e unisoni, è di per sè una piccola orchestra, più che ritmica, è suono. Ad un certo punto, sono stato davvero ispirato dalla musica per pianoforte, per esempio quella di Béla Bartók, di Cecil Taylor, le interpretazioni di Glenn Gould, il piano preparato di John Cage. Ma anche dai saxofonisti John Coltrane e Ornette Coleman. Sono solo alcuni nomi ma naturalmente sono tantissimi i musicisti che mi hanno ispirato, e provengono da ambiti anche molto diversi. Non ho mai considerato le musiche in cui sono stato coinvolto, ieri come oggi, musiche di intrattenimento: questa porta genericamente allo svago fuori dal sé, a me interessa invece una musica che vada dentro di sé, che nasca e si rivolga nelle nostre più intime sensazioni, nei nostri sentimenti più profondi e insondabili. Condivido profondamente l’idea del suono come esigenza e non come consumo. Diceva Cecil Taylor che “la maggior parte delle persone non ha idea di cosa sia l’improvvisazione… Significa il sollevamento magico dei propri spiriti a uno stato di trance. Significa la percezione più elevata di se stessi, ma il sé in relazione ad altre forme di vita”. È bellissimo. La ricerca è un percorso che non ha fine, è fatto di studio e di conoscenze che germogliano in noi e ciò riguarda anche il pubblico che ha voglia di discernere: se il percorso è più importante della destinazione, è perchè il percorso stesso cambia le persone, migliorandole. Il vero scopo della bellezza è migliorare le persone.

Penso che tutta la musica di oggi non dovrebbe essere scritta integralmente, è cosa vecchia (ma non antica) perchè il suono di un musicista – o almeno il musicista e interprete come amo intenderlo – ha bisogno di una certa vitalità creativa che l’improvvisazione può alimentare e fare emergere (la natura dell’improvvisazione permette la connessione ad altri mondi, insondabili). In fondo è il motivo per cui tra le altre urgenze, i compositori del ventesimo secolo hanno aperto la loro musica alle procedure di indeterminatezza e hanno iniziato a lavorare alle strategie aleatorie e poi all’improvvisazione, seppure sotto rigido controllo. E la musica jazz iniziava la sua straordinaria avventura e metamorfosi nello stesso secolo! Infatti, questa musica ha dato un notevole apporto di significanti alla musica d’arte eurocentrica, la quale, superata l’evoluzione armonica estrema di Wagner e il serialismo della seconda scuola viennese, si ritrova in quello che ne conseguì dopo la seconda guerra mondiale, il cosiddetto serialismo integrale post-weberniano, le cui procedure però si erano in qualche modo impoverite di significati metafisici, cominciando cioè a perdere senso in una visione olistica (perchè appunto nulla è separabile, come ci insegna anche la fisica quantistica, tutto è interconnesso e la matematica, in questo caso in musica, non avendo coscenza e libero arbitrio, non può che esprimere un qualcosa di parziale, come in qualche modo suggerisce il fisico Federico Faggin. Senza coscenza la musica perde di profondità. Come a dire che alla musica non basta la matematica). Così il jazz non aveva lasciato indifferenti Stravinskij, Milhaud, Šostakovič e molti altri. Ma probabilmente sono musicisti come Scelsi, Messiaen, Skrjabin, Satie, Cage e Stockhausen ad essere, seppure modernissimi nei linguaggi, tra i primi grandi moderni a guardare con occhi nuovi al mondo antico, cercandone i segreti e le implicazioni perdute: così facendo tracciavano in realtà nuovi sentieri che li ha condotti a concepire una musica nuova, inaudita, così da offrire nuovamente un significato più ampio del suono e della sua prassi. Questioni tutte implicite anche in tanti jazzman, come Sun Ra, Taylor, Coltrane, Coleman, Graves, Don Cherry, Evan Parker, i musicisti dell’A.A.C.M. e così via.

Dall’antico Egitto all’antica Grecia, dall’Africa all’India alla Cina, scopriamo dagli studiosi come il suono e la musica erano pensati e vissuti, ed è magnifico che oggi la fisica contemporanea confermi la pertinenza di tali conoscenze, così presenti nei nostri antenati, i quali riconoscevano alla musica l’espressione delle alte sfere, delle leggi astronomiche, della Creazione. Come afferma Giancarlo Schiaffini, in occidente è per soli tre secoli che la musica classica si è dedicata con tanto ardore alla scrittura, ma appunto non era così in precedenza. Le più antiche tracce di notazione musicale ci arrivano dagli Egizi, da fonti moresche spagnole, ma si può affermare che nel mondo occidentale la scrittura musicale nasce soprattutto come esigenza politica del Sacro Romano Impero, quando Carlo Magno decise che la Chiesa dovesse esprimersi con una unica voce, affinchè ogni popolo dominato non cantasse con le proprie inflessioni linguistiche e non improvvisasse con i propri parametri culturali gli oltre quattromila canti liturgici non scritti. È già un affermarsi del globalismo. Nascono così i primi tentativi di scrittura che anticipano il pentagramma, come la notazione adiastematica, la notazione diastematica, e poi notazione quadrata, detta anche notazione vaticana, una maniera di annotare il canto gregoriano. Viene da pensare che l’improvvisazione musicale sia per l’occidente un pericolo, soprattutto per le sue implicazioni. Eppure questa prassi non si può arrestare e così ha sempre trovato la possibilità di manifestarsi in qualche modo, come nella musica Barocca, a cavallo del XVII e XVIII secolo.

La complessità del mondo moderno aveva decisamente necessità di una nuova dichiarazione di intenti, di fraintendimenti, di paradossi, in ogni campo delle arti musicali e visuali, tutto andava distrutto e riassemblato. Certo è una lunga storia, ma resta il fatto che abbiamo un enorme corpus di idee dietro di noi. Questo può dare ansia ad un musicista contemporaneo – qual’è il nuovo campo da indagare? Ne è rimasto davvero uno vergine da esplorare? Che faccio? – ma cambiando prospettiva, dona anche grande libertà. Lo si ignora, ma quando si giocherella con delle pietre tra le mani per produrre suoni e ritmi, stiamo suonando un pezzo intitolato Stones (da Prose Collection) composto da Christian Wolff nel 1969! Ad oggi in musica, nulla è stato trascurato. Una cosa però rimarrà sempre inedita e irripetibile: l’essere umano, ciascun essere umano. Ciò che è veramente unico e peculiare restiamo noi stessi, a patto di essere disposti a conoscerci e ‘liberarci’. Mi piace pensare che sia questo il campo da indagare, è lì che si trovano i nostri suoni (suoni che possiamo mettere in relazione con la storia) ed è una via della conoscenza: ecco una ricerca. Il musicista di oggi non dovrebbe temere o sentire troppo disagio per l’autorevolezza implicita in certi ambienti musicali: come ha sentenziato Sylvano Bussotti, “non esiste una linea di demarcazione tra musica colta e non. Se esiste una qualche differenza è storica e determinata comunque da circostanze non così fondamentali. In ogni situazione, si tratta di valutare semplicemente un prodotto, qualunque esso sia senza pregiudizi.” Il suono è vibrazione, raggiunge i vivi ma anche il mondo dei morti, dell’insondabile, è una manifestazione rituale così come dell’intelletto. L’universo è una moltitudine di vibrazioni dove tutto è in relazione, speculare, tutto è uno.

Oggi credo poco in una ricerca musicale puramente formale, è anche questa roba vecchia e, in una certa misura, è marketing biasimabile. Nei decenni infuocati delle avanguardie del primo Novecento ed anche del secondo dopo-guerra, essenziale era il ‘discorso sull’evoluzione del linguaggio musicale’ e in quei tempi era davvero necessario, ma oggi, ha davvero senso ragionare in quei termini? Si può ancora parlare seriamente di Neue Musik? O di New Thing? Personalmente non riuscirei a stare comodo in certe lussuose briglie intellettuali. Come ha scritto Stefano Scodanibbio, “oggi non temiamo più di accettare influenze e reminescenze, di ricordare il nostro passato e le nostre emozioni.” Ora il processo è nuovamente subordinato al risultato e le categorie valgono genericamente. Umilmente guardo all’insieme delle mie ricerche, al mio immaginario di uomo e artista che vive in un periodo storico difficilissimo, fatto di grandi contraddizioni e distopie. Non si può ignorare quel patrimonio enorme, quel lascito musicale immenso e trasversale che nel suo insieme, già fornisce tutto il necessario a creare quella riserva di possibilità tecniche che ci aiuta ad organizzare la nostra musica. Frontiere future, certo, continueranno a fornirle le tecnologie digitali con tutte le loro declinazioni, come l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, gli algoritmi, ma senza l’anima libera degli artisti saranno solo fredde espressioni kitsch, inevitabilmente legate alla natura accademica che li ha generati.

Il jazz è certamente tra le musiche più interessanti nate nel secolo scorso grazie alla cultura afroamericana: per le sue qualità tecniche, per le sue capacità di evolversi, per la sua marcata espressività, per il suo gusto strumentale creativo e appassionato che spinge al virtuosismo – che nella musica eurocentrica trova una vaga similitudine nella musica da camera, quella suonata dalle famiglie altolocate come direbbe Berio, o quella folkloristica suonata nelle bettole popolari. Il jazz è una musica colta, d’arte. I musicisti di questa musica che tanto mi hanno appassionato e continuano a farlo (e dei quali ho una marea di LP) sono tanti e tra loro ci sono sicuramente quelli che l’hanno consegnata alla storia come Louis Armstrong, Charlie Parker, Thelonious Monk, Billie Holiday, Duke Ellington, John Coltrane (tutto dal quartetto c.d. classico fino all’ultima formazione), Ornette Coleman (tutto), Sun Ra, Miles Davis (ma non tutto), Charles Mingus, Cecil Taylor (tutto!), Eric Dolphy, Albert Ayler, Art Ensemble of Chicago, Anthony Braxton (tutto!), Sam Rivers, Steve Lacy, New York Art Quartet, Archie Shepp (fino ad un certo punto), Paul Bley, e poi dalla fine degli anni Sessanta gli inglesi (Incus Records), gli europei (Free Music Production, Ictus Records) i giapponesi, il Ganelin Trio dalla Russia, tanta roba, fino ai musicisti di oggi (i miei colleghi).

Il secolo passato ha offerto tante altre musiche interessanti. Senza andarne alle radici, il rock è una di queste e mi ha appassionato per tutta la giovinezza, parallelamente alla musica classica contemporanea, l’elettronica e successivamente il jazz (penso sia intorno ai venticinque anni che con il rock e dintorni mi sono fermato). Ripercorro qui le correnti stilistiche e alcuni gruppi di questa musica che più mi hanno attratto e che storicamente si sono susseguite tra loro con grande velocità dagli anni ’60: Velvet Underground, 13th Floor Elevators (per me il più grande gruppo di rock psichedelico di sempre), Frank Zappa and the Mothers of Invention, Stooges, MC5 (il primo album dal vivo!), Captain Beefheart, Jimi Hendrix, Soft Machine, Pink Floyd, Henry Cow, Led Zeppelin, Area, Can, (inserisco qui anche i Kraftwerk – a sette anni ero un fan scatenato di Radio Activity che allora si poteva ascoltare in tutte le radio), al punk dei Germs, Sex Pistols, Black Flag, Cramps, Tampax, etc. Sono però il post-punk e la scena no wave le stagioni che ho vissuto più da vicino come adolescente, con Tuxedomoon, Contortions, Neon, Suicide, Birthday Party, Pankow, Lounge Lizards, PIL, Gronge, This Heat, Chrome, DNA, Bauhaus, Pop Group, Clock Dva, CCCP, Cabaret Voltaire, Joy Division, Wire, The Ex, l’industrial music dei Throbbing Gristle e il suo sottobosco internazionale, Einstürzende Neubauten (solo fino all’87), la creatività dada di Die Tödliche Doris e F:A.R., e ancora Ruins, Sonic Youth pre-major, Primus, Soundgarden, l’hardcore punk di No Means No, Fugazi, Bad Brains, Rollins Band, etc. Mi sono appassionato a molti gruppi di rock in opposition come Art Bears, The Work, Art Zoyd, Cassiber, Skeleton Crew, MCH Band, Plastic People of the Universe. Fuori dal rock, l’acid house e la techno con Autechre, Aphex Twin, Orbital, Orb, Underground Resistance, Armando, per citare solo i nomi più illustri. Tutti questi gruppi sono a loro modo di rottura, esplorativi, originali. Invece non ho mai avuto passione per i cantautori, la musica latina, la disco music, la musica delle hit parade. In generale, vedo solo due strade per esistere, il mainstream o l’underground: non c’è una via di mezzo, chi lo sostiene mente o è ingenuo. In ogni caso, parallelamente agli ascolti, mi sono sempre interessato ai libri sulla musica: musicologia, storia della musica, sociologia della musica, saggistica musicale, mi piaccione molto le biografie, i carteggi. Insieme ai libri, è soprattutto la mia collezione di LP che mi fa particolarmente piacere, assemblata in anni di appassionate ricerche e selezioni.

Ho un grande passione per la musica di Johann Sebastian Bach: non apprezzo le classifiche di alcun tipo, ma con questo musicista si può veramente affermare che è il solo che si possa considerare “il più grande di tutti”, l’unico capace di reggere il confronto multigenerazionale, è intramontabile, è mente e spirito e anima, del cervello è insieme emisfero destro e sinistro; la sua musica per tastiera l’ascolto (quasi) rigorosamente suonata da Glenn Gould. Poi con la stessa passione vado – anche se a volte mi lascio andare un po’ con Beethoven, Mozart e Haydn e perfino Vivaldi – alla seconda metà dell’Ottocento e a tutto il Novecento, con un poco di Wagner e Mahler e tanti altri musicisti che davvero amo, come Schönberg, Webern, Bartók, Šostakovič, Debussy, Messiaen, Hindemith, Milhaud, Varèse, Berg, Petrassi, Stravinskij, Chopin, Čajkovskij, Sibellius, Prokof’ev, Satie (i suoi pezzi per piano suonati esclusivamente da Reinbert De Leeuw o Philip Corner, interpreti come Ciccolini qui non rendono), Poulenc, Skrjabin, Dallapiccola, Ives, Cowell; e poi altri eroi come Stockhausen, Scelsi, Xenakis, Feldman, Maderna, Ligeti, Nono, Donatoni, Bussotti, Ashley, Boulez, Corner, Berio, Evangelisti, Curran, Sciarrino, Reich, Riley, Lucier, Clementi, Brown, ovviamente Cage e tanti altri compositori meno noti, come Ernest Bloch, Henri Duparc (mi piace cantato da baritoni come Charles Panzéra), Jean Guillou, Gian Francesco Malipiero, Kazimierz Serocki, Milo Cipra, Ruggero Lolini, Jacques Bekaert, etc. Sorvolo sui miei interpreti preferiti, ne ho accennati solo alcuni. Comunque sia, la musica di tutti questi musicisti, così come per il jazz (o la musica di cui ho scritto sopra), amo ascoltarla dai miei vecchi vinili. In CD ascolto la musica prodotta negli ultimi due, tre decenni.

Da tutte le musiche possiamo imparare soluzioni e idee che rapportate alla nostra estetica possono rivelarsi stimolanti. E non è detto che esse emergano nei nostri lavori, fanno solo parte del processo. Conoscenza e apertura portano sempre benefici. Tuttavia non credo, come generalmente si afferma nella new age – un aspetto commerciale ed edulcorato dei percorsi iniziatici ed esoterici – che ci siano suoni (vibrazioni) positivi e suoni (vibrazioni) negativi e che per questo motivo, diverrebbe necessario ricercare solo le sonorità positive. È vero però che la memoria dell’acqua ci mostra una diversa disposizione morfologica a seconda del suono che la attraversa, così come possiamo osservare la reazione della sabbia ai suoni, quando disposta su un piano orizzontale: assume un aspetto armonico, oppure al contrario caotico, in perfetta relazione alla qualità del suono cui viene sottoposta. Meravigliose sono anche le ricerche dello scienziato Carlo Ventura. Comunque sia, penso che se parliamo di arte, parliamo di arte! Credo infatti che fissarci su un solo aspetto, quello ‘positivo e armonico’, comporti in un certo senso una perdita di equilibrio in sé. Il bicchiere non è mezzo vuoto o mezzo pieno: è entrambe le cose! È questa la descrizione più equilibrata. Non si dovrebbero temere quei suoni aggressivi, perfino il rumore più stridente (purchè non lesivo del sistema uditivo), perchè penso che appartengano anche essi al devachan e che siano portatori di immaginazione e di rappresentazione, tutte qualità proprie e necessarie dell’arte e quindi della vita. L’esistenza, quando esplorata, porta alla luce (infinite realtà).

Oltre alla vita, alla natura, agli animali, alle forme d’arte (in particolare la pittura e la letteratura), anche la politica è parte essenziale di quegli intrecci grazie ai quali ho formato la mia percezione del mondo e maturato le mie aspirazioni civili e umaniste. Ma non sono mai stato attratto dalla politica di partito, che vedo illusionista e corrotta, purtroppo, per definizione. Mi interessa capire il mondo in cui vivo, conoscerne le idee, conoscerne i fatti, mi sforzo di comprenderne la grande complessità e per questo dedico molto tempo ad approfondire argomenti che possano fornirmi risposte, evitando la mitopoièsi priva di fatti circostanziali, seppure non dimentico mai che “l’immaginazione è più importante della conoscenza” (Einstein) e che gli intellettuali possano azzardare di unire i puntini in un disegno altrimenti invisibile, come ci ha insegnato Pasolini. Sono sempre stato un libero pensatore, un apota, votato alla autodeterminazione, condanno il militarismo e rifiuto qualsiasi forma di totalitarismo.

Riguardo al mio amato strumento, mia piuma e mia pietra insieme. Suonare la batteria significa suonare tamburi e metallofoni e tutti insieme sono molto di più di quello che una scuola di musica può insegnare ad un batterista: sono ponti verso l’ignoto, dentro e fuori di noi. Questa consapevolezza mi ha portato, ad un certo punto, a dedicarmi esclusivamente alla sola batteria ed ho così tralasciato il mio interesse verso altre possibilità musicali, molte delle quali indagate nei miei vecchi dischi registrati tra il 1982 e il 2007. L’acustica del tamburo e del piatto, i loro intrecci, le vibrazioni che suscitano, la gioia di suonarli quotidianamente, ‘l’esserci dentro’, hanno infine prevalso su ogni altra cosa; è successo che ad un certo punto ho compreso che la batteria da sola poteva darmi una sorta di completezza musicale, fisica, olistica, di cui evidentemente necessitavo e necessito. La pratica dell’improvvisazione mi dona quel grado di complessità che cerco, sia nei contesti del solo che negli ensemble. (Riguardo alla batteria, rimando per chi fosse interessato, a quanto ho scritto nel testo del progetto ‘A Solo Play’, nella pagina dei ‘gruppi recenti’ di questo sito).