Musica

 
Qui di seguito c’è una ricca selezione di musica tratta da dischi che ho registrato nel corso degli anni, come parte di ensemble e come solista (nell’ultimo music player). Per le informazioni su queste tracce e la musica, seguono ampie note, mentre cliccando il pulsante carrello, si verrà reindirizzati alla pagina dell’album, dove è anche possibile acquistarlo. Ci sono molte ore di musica, buon ascolto.
 
 
Alcune note
 
Molti musicisti scrivono le loro partiture su carta o tramite computer e, occasionalmente, discutono con i colleghi disegnando linee e facendo segni come fanno i matematici o i fisici. Mi piace, ma per me non è mai stato proprio così. È vero che nelle mie esplorazioni sonore ho composto musica acusmatica con la tecnica della sovraincisione, mi è piaciuto scrivere qualche partitura grafica e di recente, qualche volta, amo organizzare la musica attraverso una descrizione letteraria e poetica, ma in generale non ho alcun interesse a scrivere musica o fissare procedure troppo frenanti, preferisco organizzare ed esprimere le mie idee musicali suonandole direttamente, oppure pensare ad un ensemble di musicisti specifico. Come improvvisatore sono totalmente coinvolto in questo modo di pensare e fare musica, un processo che porta alla composizione istantanea. Comunque sia, quanto ho imparato sulla musica, sulla sua grammatica, l’ho poi dimenticato.
 
I suoni della batteria hanno un andamento e lettura orizzontale ma anche verticale, ci sono sovrapposizioni, contrasti e unisoni, è di per sè una piccola orchestra, più che ritmica, è suono. Ad un certo punto, sono stato davvero ispirato dalla musica per pianoforte, per esempio quella di Béla Bartók, di Cecil Taylor, le interpretazioni di Glenn Gould, il piano preparato di John Cage. Ma anche dai saxofonisti John Coltrane e Ornette Coleman. Sono solo alcuni nomi ma naturalmente sono tantissimi i musicisti che mi hanno ispirato, e provengono da ambiti anche molto diversi. Non ho mai considerato le musiche in cui sono stato coinvolto, ieri come oggi, musiche di intrattenimento: questa porta genericamente allo svago fuori dal sé, a me interessa invece una musica che vada dentro di sé, che nasca e si rivolga nelle nostre più intime sensazioni, nei nostri sentimenti più profondi e insondabili. Condivido profondamente l’idea del suono come esigenza e non come consumo. Diceva Cecil Taylor che “la maggior parte delle persone non ha idea di cosa sia l’improvvisazione… Significa il sollevamento magico dei propri spiriti a uno stato di trance. Significa la percezione più elevata di se stessi, ma il sé in relazione ad altre forme di vita”. È bellissimo. La ricerca è un percorso che non ha fine, è fatto di studio e di conoscenze che germogliano in noi e ciò riguarda anche il pubblico che ha voglia di discernere: se il percorso è più importante della destinazione, è perchè il percorso stesso cambia le persone, migliorandole. Il vero scopo della bellezza è migliorare le persone.
 
Penso che tutta la musica di oggi non dovrebbe essere scritta integralmente, è cosa vecchia (ma non antica) perchè il suono di un musicista – o almeno il musicista ed esecutore come lo intendo io – ha bisogno di una certa vitalità creativa che l’improvvisazione può fare emergere; per me questo è un atto necessario. In fondo è il motivo per cui tra le altre urgenze, i compositori del ventesimo secolo hanno aperto la loro musica alle procedure di indeterminatezza e hanno iniziato a lavorare alle strategie aleatorie e poi all’improvvisazione, seppure sotto rigido controllo. E la musica jazz iniziava la sua straordinaria avventura e metamorfosi nello stesso secolo! Infatti, questa musica ha dato un notevole apporto di significanti alla musica d’arte eurocentrica, la quale, superata l’evoluzione armonica estrema di Wagner e il serialismo della seconda scuola viennese, si ritrova in quello che ne conseguì dopo la seconda guerra mondiale, il cosiddetto serialismo integrale post-weberniano, le cui procedure si erano in qualche modo impoverite di significati metafisici, cominciando cioè a perdere senso in una visione olistica. La musica non è (solo) matematica. Così il jazz non aveva lasciato indifferenti Stravinskij, Milhaud, Šostakovič e molti altri. Ma probabilmente sono musicisti come Scelsi, Messiaen, Skrjabin, Satie, Cage e Stockhausen ad essere, seppure modernissimi nei linguaggi, tra i primi grandi moderni a guardare con occhi nuovi al mondo antico, cercandone i segreti e le implicazioni perdute: così facendo tracciavano in realtà nuovi sentieri che li ha condotti a concepire una musica nuova, inaudita, così da offrire nuovamente un significato più ampio del suono e della sua prassi. Questioni tutte implicite anche in tanti jazzman, come Sun Ra, Taylor, Coltrane, Coleman, Graves, Don Cherry, Evan Parker, i musicisti dell’A.A.C.M. e così via.
 

Dall’antico Egitto all’antica Grecia, dall’Africa all’India alla Cina, scopriamo dagli studiosi come il suono e la musica erano pensati e vissuti, ed è magnifico che oggi la fisica contemporanea confermi la pertinenza di tali conoscenze, così presenti nei nostri antenati, i quali riconoscevano alla musica l’espressione delle alte sfere, delle leggi astronomiche, della Creazione. Come afferma Giancarlo Schiaffini, in occidente è per soli tre secoli che la musica classica si è dedicata con tanto ardore alla scrittura, ma appunto non era così in precedenza. Le più antiche tracce di notazione musicale ci arrivano dagli Egizi, da fonti moresche spagnole, ma si può affermare che nel mondo occidentale la scrittura musicale nasce soprattutto come esigenza politica del Sacro Romano Impero, quando Carlo Magno decise che la Chiesa dovesse esprimersi con una unica voce, affinchè ogni popolo dominato non cantasse con le proprie inflessioni linguistiche e non improvvisasse con i propri parametri culturali gli oltre quattromila canti liturgici non scritti. È già un affermarsi del globalismo. Nascono così i primi tentativi di scrittura che anticipano il pentagramma, come la notazione adiastematica, la notazione diastematica, e poi notazione quadrata, detta anche notazione vaticana, una maniera di annotare il canto gregoriano. Viene da pensare che l’improvvisazione musicale sia per l’occidente un pericolo, soprattutto per le sue implicazioni. Eppure questa prassi non si può arrestare e così ha sempre trovato la possibilità di manifestarsi in qualche modo, come nella musica Barocca, a cavallo del XVII e XVIII secolo.
 
La complessità del mondo moderno aveva decisamente necessità di una nuova dichiarazione di intenti, di fraintendimenti, di paradossi, in ogni campo delle arti musicali e visuali, tutto andava distrutto e riassemblato. Certo è una lunga storia, ma resta il fatto che abbiamo un enorme corpus di idee dietro di noi. Questo può dare ansia ad un musicista contemporaneo – qual’è il nuovo campo da indagare? Ne è rimasto davvero uno vergine da esplorare? Che faccio? – ma cambiando prospettiva, dona anche grande libertà. Lo si ignora, ma quando si giocherella con delle pietre tra le mani per produrre suoni e ritmi, stiamo suonando un pezzo intitolato Stones (da Prose Collection) composto da Christian Wolff nel 1969! Ad oggi in musica, nulla è stato trascurato. Una cosa però rimarrà sempre inedita e irripetibile: l’essere umano, ciascun essere umano. Ciò che è veramente unico e peculiare restiamo noi stessi, a patto di essere disposti a conoscerci e ‘liberarci’. Mi piace pensare che sia questo il campo da indagare, è lì che si trovano i nostri suoni (suoni che possiamo mettere in relazione con la storia) ed è una via della conoscenza: ecco una ricerca. Il musicista di oggi non dovrebbe temere o sentire troppo disagio per l’autorevolezza implicita in certi ambienti musicali: come ha sentenziato Sylvano Bussotti, “non esiste una linea di demarcazione tra musica colta e non. Se esiste una qualche differenza è storica e determinata comunque da circostanze non così fondamentali. In ogni situazione, si tratta di valutare semplicemente un prodotto, qualunque esso sia senza pregiudizi.” Il suono è vibrazione, raggiunge i vivi ma anche il mondo dei morti, dell’insondabile, è una manifestazione rituale così come dell’intelletto. L’universo è una moltitudine di vibrazioni dove tutto è in relazione, speculare, tutto è uno.
 
Oggi credo poco in una ricerca musicale puramente formale, è anche questa roba vecchia e, in una certa misura, è marketing biasimabile. Nei decenni infuocati delle avanguardie del primo Novecento ed anche del secondo dopo-guerra, essenziale era il ‘discorso sull’evoluzione del linguaggio musicale’ e in quei tempi era davvero necessario, ma oggi, ha davvero senso ragionare in quei termini? Si può ancora parlare seriamente di Neue Musik? O di New Thing? Personalmente non riuscirei a stare comodo in certe lussuose briglie intellettuali. Come ha scritto Stefano Scodanibbio, “oggi non temiamo più di accettare influenze e reminescenze, di ricordare il nostro passato e le nostre emozioni.” Ora il processo è nuovamente subordinato al risultato e le categorie valgono genericamente. Umilmente guardo all’insieme delle mie ricerche, al mio immaginario di uomo e artista che vive in un periodo storico difficilissimo, fatto di grandi contraddizioni e distopie. Non si può ignorare quel patrimonio enorme, quel lascito musicale immenso e trasversale che nel suo insieme, già fornisce tutto il necessario a creare quella riserva di possibilità tecniche che ci aiuta ad organizzare la nostra musica. Frontiere future, certo, continueranno a fornirle le tecnologie digitali con tutte le loro declinazioni, come l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, gli algoritmi, ma senza l’anima libera degli artisti saranno solo fredde espressioni kitsch, inevitabilmente legate alla natura accademica che li ha generati.
 
Il jazz è certamente tra le musiche più interessanti nate nel secolo scorso grazie alla cultura afroamericana: per le sue qualità tecniche, per le sue capacità di evolversi, per la sua marcata espressività, per il suo gusto strumentale creativo e appassionato che spinge al virtuosismo – che nella musica eurocentrica trova una vaga similitudine nella musica da camera, quella suonata dalle famiglie altolocate come direbbe Berio, o quella folkloristica suonata nelle bettole popolari. Il jazz è una musica colta, d’arte. I musicisti di questa musica che tanto mi hanno appassionato e continuano a farlo (e dei quali ho una marea di LP) sono tanti e tra loro ci sono sicuramente quelli che l’hanno consegnata alla storia come Louis Armstrong, Charlie Parker, Thelonious Monk, Billie Holiday, Duke Ellington, John Coltrane (tutto dal quartetto c.d. classico fino all’ultima formazione), Ornette Coleman (tutto), Sun Ra, Miles Davis (ma non tutto), Charles Mingus, Cecil Taylor (tutto!), Eric Dolphy, Albert Ayler, Art Ensemble of Chicago, Anthony Braxton (tutto!), Sam Rivers, Steve Lacy, New York Art Quartet, Archie Shepp (fino ad un certo punto), Paul Bley, e poi dalla fine degli anni Sessanta gli inglesi (Incus Records), gli europei (Free Music Production, Ictus Records) i giapponesi, il Ganelin Trio dalla Russia, tanta roba, fino ai musicisti di oggi (i miei colleghi).
 
Il secolo passato ha offerto tante altre musiche interessanti. Senza andarne alle radici, il rock è una di queste e mi ha appassionato per tutta la giovinezza, parallelamente alla musica classica contemporanea, l’elettronica e successivamente il jazz (penso sia intorno ai venticinque anni che con il rock e dintorni mi sono fermato). Ripercorro qui le correnti stilistiche e alcuni gruppi di questa musica che più mi hanno attratto e che storicamente si sono susseguite tra loro con grande velocità dagli anni ’60: Velvet Underground, 13th Floor Elevators (per me il più grande gruppo psichedelico di sempre), Frank Zappa and the Mothers of Invention, Stooges, MC5 (il primo album dal vivo!), Captain Beefheart, Jimi Hendrix, Soft Machine, Pink Floyd, Henry Cow, Led Zeppelin, Area, Can, (inserisco qui anche i Kraftwerk – a sette anni ero un fan scatenato di Radio Activity che allora si poteva ascoltare in tutte le radio), al punk dei Germs, Sex Pistols, Black Flag, Cramps, etc. Sono però il post-punk e la scena no wave le stagioni che ho vissuto più da vicino come adolescente, con Tuxedomoon, Contortions, Suicide, Birthday Party, Lounge Lizards, PIL, This Heat, Chrome, Bauhaus, Pop Group, Clock Dva, Cabaret Voltaire, Joy Division, Wire, The Ex, l’industrial music dei Throbbing Gristle e il suo sottobosco internazionale, Einstürzende Neubauten (fino ai primi anni ’90), la creatività dada di Die Tödliche Doris e F:A.R., e ancora Ruins, Sonic Youth pre-major, Primus, Soundgarden, l’hardcore punk di No Means No, Fugazi, Bad Brains, Rollins Band, etc. Mi sono appassionato a molti gruppi di rock in opposition come Art Bears, Art Zoyd, The Work, Cassiber, Skeleton Crew, MCH Band, Plastic People of the Universe. Fuori dal rock, l’acid house e la techno con Autechre, Aphex Twin, Orbital, Orb, Underground Resistance, Armando, per citare solo i nomi più illustri. Tutti questi gruppi sono a loro modo di rottura, esplorativi, originali. Invece non ho mai avuto passione per i cantautori, la musica latina, la disco music, la musica delle hit parade. In ogni caso, contemporaneamente agli ascolti, mi sono sempre interessato ai libri sulla musica: musicologia, storia della musica, sociologia della musica, saggistica musicale, mi piaccione molto le biografie, i carteggi. E insieme ai libri, è soprattutto la mia collezione di LP che mi fa particolarmente piacere, assemblata in anni di appassionate ricerche e selezioni.
 
Ho un grande passione per la musica di Johann Sebastian Bach: non apprezzo le classifiche di alcun tipo, ma con questo musicista si può veramente affermare che è il solo che si possa considerare “il più grande di tutti”, l’unico capace di reggere il confronto multigenerazionale, è intramontabile, è mente e spirito e anima, del cervello è insieme emisfero destro e sinistro; la sua musica per tastiera l’ascolto (quasi) rigorosamente suonata da Glenn Gould. Poi con la stessa passione vado – anche se a volte mi lascio andare un po’ con Beethoven, Mozart e Haydn e perfino Vivaldi – alla seconda metà dell’Ottocento e a tutto il Novecento, con un poco di Wagner e Mahler e tanti altri musicisti che davvero amo, come Schönberg, Webern, Bartók, Šostakovič, Debussy, Messiaen, Hindemith, Milhaud, Varèse, Berg, Petrassi, Stravinskij, Chopin, Čajkovskij, Sibellius, Prokof’ev, Satie (i suoi pezzi per piano suonati esclusivamente da Reinbert De Leeuw o Philip Corner, interpreti come Ciccolini qui non rendono), Poulenc, Skrjabin, Dallapiccola, Ives, Cowell, Petrassi, e poi altri eroi come Stockhausen, Scelsi, Xenakis, Feldman, Maderna, Ligeti, Nono, Donatoni, Bussotti, Ashley, Boulez, Corner, Berio, Evangelisti, Curran, Sciarrino, Reich, Riley, Lucier, Clementi, Brown, ovviamente Cage e tanti altri compositori meno noti, come Ernest Bloch, Henri Duparc (mi piace cantato da baritoni come Charles Panzéra), Jean Guillou, Gian Francesco Malipiero, Kazimierz Serocki, Milo Cipra, Ruggero Lolini, Jacques Bekaert, etc. Sorvolo sui miei interpreti preferiti, ne ho accennati solo alcuni. Comunque sia, la musica di tutti questi musicisti, così come per il jazz (o la musica di cui ho scritto sopra), la ascolto dai miei vecchi vinili. In CD ascolto la musica prodotta negli ultimi due, tre decenni.
 
Da tutte le musiche possiamo imparare soluzioni e idee che rapportate alla nostra estetica possono rivelarsi stimolanti. E non è detto che esse emergano nei nostri lavori, fanno solo parte del processo. Conoscenza e apertura portano sempre benefici. Tuttavia non credo, come generalmente si afferma nella new age – un aspetto commerciale ed edulcorato dei percorsi iniziatici ed esoterici – che ci siano suoni (vibrazioni) positivi e suoni (vibrazioni) negativi e che per questo motivo, diverrebbe necessario ricercare solo le sonorità positive. È vero però che la memoria dell’acqua ci mostra una diversa disposizione morfologica a seconda del suono che la attraversa, così come possiamo osservare la reazione della sabbia ai suoni, quando disposta su un piano orizzontale: assume un aspetto armonico, oppure al contrario caotico, in perfetta relazione alla qualità del suono cui viene sottoposta. Meravigliose sono anche le ricerche dello scienziato Carlo Ventura. Comunque sia, penso che se parliamo di arte, parliamo di arte! Credo infatti che fissarci su un solo aspetto, quello ‘positivo e armonico’, comporti in un certo senso una perdita di equilibrio in sé. Il bicchiere non è mezzo vuoto o mezzo pieno: è entrambe le cose! È questa la descrizione più equilibrata. Non si dovrebbero temere quei suoni aggressivi, perfino il rumore più stridente (purchè non lesivo del sistema uditivo), perchè penso che appartengano anche essi al devachan e che siano portatori di immaginazione e di rappresentazione, tutte qualità proprie e necessarie dell’arte e quindi della vita. L’esistenza, quando esplorata, porta alla luce (infinite realtà).
 
Oltre alla vita, alla natura, agli animali, alle forme d’arte (in particolare la pittura e la letteratura), anche la politica è parte essenziale di quegli intrecci grazie ai quali ho formato la mia percezione del mondo e maturato le mie aspirazioni civili e umaniste. Ma non sono mai stato attratto dalla politica di partito, che vedo illusionista e corrotta per definizione. Mi interessa capire il mondo in cui vivo, conoscerne le idee, conoscerne i fatti, mi sforzo di comprenderne la grande complessità e per questo dedico molto tempo ad approfondire argomenti che possano fornirmi risposte, evitando la mitopoièsi priva di fatti circostanziali, seppure non dimentico mai che “l’immaginazione è più importante della conoscenza” (Einstein) e che gli intellettuali possano azzardare di unire i puntini in un disegno altrimenti invisibile, come ci ha insegnato Pasolini. Sono sempre stato un libero pensatore, rifiuto qualsiasi forma di totalitarismo.
 
Riguardo al mio amato strumento, mia piuma e mia pietra insieme. Suonare la batteria significa suonare tamburi e metallofoni e tutti insieme sono molto di più di quello che una scuola di musica può insegnare ad un batterista: sono ponti verso l’ignoto, dentro e fuori di noi. Questa consapevolezza mi ha portato, ad un certo punto, a dedicarmi esclusivamente alla sola batteria ed ho così tralasciato il mio interesse verso altre possibilità musicali, molte delle quali indagate nei miei vecchi dischi registrati tra il 1982 e il 2007. L’acustica del tamburo e del piatto, i loro intrecci, le vibrazioni che suscitano, la gioia di suonarli quotidianamente, ‘l’esserci dentro’, hanno infine prevalso su ogni altra cosa; è successo che ad un certo punto ho compreso che la batteria da sola poteva darmi una sorta di completezza musicale, fisica, olistica, di cui evidentemente necessitavo e necessito. La pratica dell’improvvisazione mi dona quel grado di complessità che cerco, sia nei contesti del solo che negli ensemble. (Riguardo alla batteria, rimando per chi fosse interessato, a quanto ho scritto nel testo del progetto ‘A Solo Play’, nella pagina dei ‘gruppi recenti’ di questo sito).
 
 
1. Ensembles (2015-2023)
 




 
Note, musicisti e strumenti
 
Come ho scritto nella pagina riguardante i miei progetti, avere molti gruppi musicali non significa lavorare come un juke-box, significa concentrarsi in situazioni e direzioni diverse, sempre attinenti agli ambiti della propria ricerca e sviluppo personale. Sono grato ad ognuna di queste collaborazioni perchè ha permesso una sorta di continuità e progressione alle mie idee musicali e viste insieme, sono una sorta di grande puzzle, dove ogni ancoraggio aggiunge nuovi elementi grazie alla specificità del gruppo. È anche molto difficile mantenere in vita progetti che sono senza compromessi e per questo, fuori dal music biz dell’establishment, penso però che sia dovere di ogni artista perseguire con determinazione e devozione la propria vocazione.
 
Tracce 1. / 2. (primo player) Politácito: María ‘Mange’ Valencia (sax alto, clarinetto) Paolo Pascolo (flauto, flauto basso, sax tenore) me alla batteria, piatti e percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 1. (secondo player) NoNoNo Percussion Ensemble: Gino Robair (percussione, elettronica, pianoforte preparato) Cristiano Calcagnile (batteria, percussione, chitarra DrumTable, effetti, glockenspiel, lamiera elettrificata) me alla batteria, piatti e percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 2. Mahakaruna Quartet: Giorgio Pacorig (piano rhodes, elettronica) Cene Resnik (sax tenore) Gabriele Cancelli (tromba) me alla batteria, piatti e percussione. Improvvisazione libera.
Tracce 3. / 4. Ombak Trio: Cene Resnik (sax tenore, sax soprano) Giovanni Maier (violoncello) me alla batteria, piatti, percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 5. Setoladimaiale Unit & Evan Parker: ‘Intro’ con gong suonati da Philip Corner e Phoebe Neville, ‘First’ suonata da Evan Parker (sax soprano e tenore) Marco Colonna (clarinetti in Sib, Do, alto, basso) Martin Mayes (corno, corno delle alpi) Alberto Novello (elettronica analogica) Patrizia Oliva (voce, elettronica) Giorgio Pacorig (pianoforte) Michele Anelli (contrabbasso) me alla batteria, percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 6. Jars: Henry Marić (clarinetto basso, clarinetto, chitarra elettrica preparata) Boris Janje (contrabbasso) me alla batteria, piatti, percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 7. Haiku: Paolo Pascolo (flauto traverso, flauto basso, sax tenore ed elettronica) me alla batteria, piatti, percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 8. Massimo De Mattia (flauti) Giorgio Pacorig (pianoforte) Giovanni Maier (contrabbasso) me alla batteria, percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 9. Luciano Caruso (sax soprano curvo) Ivan Pilat (sax baritono) Fred Casadei (contrabbasso) me alla batteria, percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 10. Patrizia Oliva (voce ed elettronica) Roberto Del Piano (basso elettrico fretless) me alla batteria, percussione. Libera improvvisazione.
Traccia 11. Mahakaruna Quartet: Giorgio Pacorig (pianoforte) Cene Resnik (sax tenore) Gabriele Cancelli (cornetta) me alla batteria, percussione. Dall’album “Inventum” (Nuovo Corso Records, 2017). Improvvisazione su Auf Unf Geht, canzone tradizionale, arr. G. Pacorig.
Traccia 12. Roberto Del Piano (basso elettrico) Marco Colonna (clarinetti) me alla batteria, percussione. Dal doppo album di Roberto Del Piano “La Main qui Cherche la Lumière” (Improvising Beings IB49, 2016). Improvvisazione libera.
Traccia 13. Nervidi: Michele Anelli (contrabbasso, basso elettrico, elettronica) Dominik Gawara (basso elettrico, chitarra elettrica, elettronica) me alla batteria, piatti, percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 14. Jean-Luc Guionnet (sax alto) Markus Krispel (sax alto) Boris Janje (contrabbasso) Miklós Szilveszter (batteria) me alla batteria, percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 15. Aghe Clope: Paolo Pascolo (flauto traverso e sax alto) Andrea Gulli (laptop, nastro magnetico e sintetizzatore analogico) Giorgio Pacorig (Fender Rhodes, Kork MS20, elettronica) me alla batteria, percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 16. Noma: Alessandra Laganà (testi, voce) Tommaso Marletta (chitarra elettrica) Patrizia Oliva (voce) Boris Blace (trombone) Gabrio Bevilacqua (contrabbasso) me alla batteria, percussione.
Traccia 17. Alessandra Laganà (voce) Tommaso Marletta (chitarra elettrica) Dominik Gawara (basso elettrico) me alla batteria, percussione. Libera improvvisazione.
Traccia 18. Neu Musik Projekt: Guido Mazzon (tromba, piccoli strumenti e giocattoli) Marta Sacchi (clarinetti e flauti) me alle percussione, piatti selezionati, gongs vietnamiti, temple blocks e archetto. Partitura e direzione musicale di Guido Mazzon.
 
 
2. Ensembles (1998-2015)
 


 
Note, musicisti e strumenti
 
Traccia 1. Transition: Nils Gerold (flauto) Nicola Guazzaloca (pianoforte) me alla batteria, percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 2. Gamra: Patrizia Oliva (voce, elettronica) Paed Conca (clarinetto) Eugenio Sanna (chitarra amplificata e oggetti) me alla batteria, percussione. Improvvisazione libera, secondo album.
Traccia 3. Magimc: Thollem McDonas (pianoforte) Edoardo Marraffa (sax tenore e sopranino) me alla batteria, percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 4. Being Together – Hanoi New Music Festival Ensemble: Lotte Anker (sax soprano e alto) Jakob Riis (elettronica) Nguyen Thanh Thuy (dàn tranh) Ngo Trà My (dàn bau) Pham Thi Hue (ty bà, dàn dày, phàch, voce) Sonx (percussione) Kim Ngoc (voce) Terje Thiwång (flauto traverso) Henrik Frisk (elettronica) Stefan Östersjö (dàn tỳ bà, mandolino) Patrizia Oliva (elettronica, voce) Burkhard Beins (percussione) me alla percussione.
Traccia 5. One Lip 5: Guido Mazzon (tromba) Alberto Mandarini (tromba) Nicola Cattaneo (chitarra elettrica e acustica) Franco Cortellessa (chitarra baritona e chitarra classica 7 corde) Giorgio Muresu (contrabbasso) me alla batteria, percussione.
Traccia 6. Transition: Nils Gerold (flauto) Nicola Guazzaloca (pianoforte) me alla batteria, percussione. Improvvisazione libera, secondo album.
Traccia 7. Crash Trio: Edoardo Marraffa (sax tenore e sopranino) Chris Iemulo (chitarra acustica) me alla batteria, percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 8. Tobias Delius (sax tenore e clarinetto) Mikaele Pellegrino (chitarra elettrica) Clayton Thomas (contrabbasso) me alla batteria, percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 9. Magimc: Thollem McDonas (pianoforte) Edoardo Marraffa (sax tenore e sopranino) me alla batteria, percussione. Improvvisazione libera, secondo album.
Traccia 10. Ipersensity: Daniele Pagliero (laptop, strumenti analogici ed elettronici) me alle percussioni elettroniche, laptop. La musica del duo è sempre organizzata secondo questa modalità: Pagliero invia, tramite collegamenti midi, suoni ad otto o più pads elettronici, che io suono utilizzando le bacchette (o anche i pedali). In questo modo le scelte operate da un musicista si riflettevano sull’operatività dell’altro. In pratica il suono di ciascun pad (altezza, timbro, volume, attacco) può cambiare/alterare in qualsiasi momento e analogamente anche il lavoro di percussione, secondo la sensibilità/necessità tipica in un duo di improvvisazione libera. C’è uno strettissimo e originale rapporto tra sviluppo sonoro e movimento ritmico: solitamente dipendono da un singolo musicista che può controllare entrambi sul proprio strumento, qui invece sono sottoposti a due esecutori distinti, ovvero Daniele che controlla lo sviluppo sonoro ed io che controllo il movimento ritmico e strutturale. Non sono state eseguite sovrancisioni. L’album è dedicato alla memoria e all’opera di Derek Bailey, deceduto nei giorni di questa registrazione.
Traccia 11. The Five Roosters: Mario Arcari (sax soprano curvo) Massimo Falascone (sax alto, sax baritono, iPad) Martin Mayes (corno francese) Roberto Del Piano (basso elettrico) me alla batteria, percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 12. Camusi: Patrizia Oliva (voce ed elettronica) me alla batteria, percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 13. Aghe Clope Ensemble: Giorgio Pacorig (pianoforte, sintetizzatore) Nicola Guazzaloca (pianoforte, sintetizzatore) Andrea Gulli (laptop, elettronica) Paolo Pascolo (flauto traverso, sax alto) Gianluca Varone (sax tenore, giocattoli) Chris Iemulo (chitarra semi-acustica) me alla batteria, percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 14. Rediffusion: Andrej Bako (laptop, elettronica) Karen O’Brien (laptop, elettronica) Gareth Mitchell (chitarra elettrica preparata, oggetti) me alle percussioni elettroniche. Improvvisazione libera.
Traccia 15. Gianni Gebbia (sax alto) me alla batteria, percussione. Improvvisazione libera.
Traccia 16. Gbur: Dominik Gawara (basso fretless elettrico) Paolo Caleo (caleofono) Maurizio Suppo (chitarra elettrica) Ivan Pilat (sax baritono) Daniele Pagliero (campionatore, elettronica) me alla batteria, percussioni elettroniche. Improvvisazione libera.
Traccia 17. Margine: Alessandro Cartolari (sax alto e sopranino, microfono) Luca Cartolari (basso fretless elettrico) Paolo De Piaggi (laptop, elettronica, mixer) me alla batteria, percussione, nastro magnetico, elettronica e regia. Il lavoro per Esplendor Lunare 1 + 2 (qui un estratto) si realizza in tre diverse fasi: A. registrazione su multitraccia di alcune brevi improvvisazioni libere del trio strumentale; B. campionatura e gestione via computer delle parti registrate e definizione degli effetti da utilizzare nel mixaggio; C. mixaggio finale, unico per ciascuna parte e totalmente improvvisato sulla base degli elementi organizzati.
Traccia 18. Orbitale Trio: Paolo De Piaggi (chitarra elettrica, elettronica) Ivan Pilat (sax baritono, flauto) me alla batteria, percussione / ospiti Roy Paci (tromba, flauto, pianoforte, violino, armonica) Fred Casadei (contrabbasso, elettronica, pianoforte). Improvvisazione libera.
 
 
3. Album in solo (1982-2007)
 


 
Note e strumenti
 
Venendo qui ad una sommaria descrizione dei miei album solisti, la genesi è sempre stata la medesima, decidere cioè quali strumenti utilizzare e lasciare spazio all’intuizione musicale, ponendo mattone dopo mattone: quello che ho fatto, e faccio tuttora, è fare collegamenti, connessioni. Ciò che avevo in mente sulla musica da fare per un determinato disco era ovviamente fondamentale ed era correlato di volta in volta alla scelta della strumentazione, fase davvero molto stimolante che caratterizza l’intero processo creativo. (Lasciamo stare Mr Nattiez). Questo è il motivo per cui ciascuno dei miei album solisti ha una diversa strumentazione e una diversa messa a fuoco. Forse, un punto di interesse nelle mie registrazioni in solitudine, è stata la scelta di lavorare con attrezzature relativamente povere, non sono mai stato infatti interessato alle ultime novità che il commercio musicale offriva ed è una scelta anche politica ovviamente, ben poco consumistica.
 
Tracce 1. / 2. / 3. Percussioni elettroniche. L’intero album Musiche delle Circostanze è stato composto, improvvisato e registrato nell’autunno 1995. Tutta la musica è stata suonata con le bacchette su pad elettronici, senza sovraincisioni.
Traccia 4. Percussioni elettroniche, laptop. Composto nel 2007, MKUltra si presenta come una suite minimal techno con ventotto parti distinte, tutte con diverse combinazioni ritmiche di suoni campionati (poche decine di sorgenti sonore originali, editate dai londinesi Andrej Bako e Karen O’Brien) che sono utilizzati via pad elettronici, suonati con le bacchette e senza sovraincisioni. La composizione è una ricostruzione radicale di una libera improvvisazione, registrata in concerto a Reggio Calabria nel 2004, come parte di un festival contro il progetto di costruzione del ponte di Messina.
Traccia 5. Percussioni, basso elettrico preparato, due voci. Come il titolo dell’album suggerisce, Pezzi Circolari, tutte le tracce – tra cui le successive n.6, n.7 e n.8 – indagano alcuni piccoli aspetti ritmici e semplici relazioni strumentali. Devozione alla sperimentazione e utilizzo di tecniche estese sono alla base di questa musica. L’album è stato registrato tra il 1998 e il 1999.
Traccia 6. Clarinetto, percussioni elettroniche, chitarra elettrica preparato, basso elettrico. (Vedi nota alla ‘Traccia 5′).
Traccia 7. Due chitarre elettriche. (Vedi nota alla ‘Traccia 5′).
Traccia 8. Quattro chitarre acustiche. (Vedi nota alla ‘Traccia 5′).
Traccia 9. Cd player/recorder, giradischi, nastri magnetici, elettronica. Il brano è tratto dall’album New Vexations, registrato nel 2000.
Tracce 10. / 11. / 12. Percussioni elettroniche SPD8 Roland (pads suonati con le bacchette), sintetizzatore Yamaha DX7, processore di effetti digitali Roland DEP-3, Alesis Quadraverb GT (una unità di effetti stereo che combina elettronica analogica e digitale), mixer Soundcraft. La musica elettronica analogica di Linked, composta e improvvisata tra il 2000 e il 2001, è stata suonata interamente in tempo reale (sequencer, campionatori e computer non sono stati utilizzati); naturalmente le varie parti sono state sovraincise con un registratore multitraccia. La musica è vicina all’estetica del minimalismo newyorkese ed è anche minimal techno, perfino acid house se piacciono le categorie, ma in ogni caso si tratta di techno dal tocco umano.
Traccia 13. Stereo-set (tra cui due registratori, amplificatore, giradischi e radio), vinili, nastro magnetico. L’album Margini di Riciclo è costituito da trentaquattro pezzi di musica per nastro magnetico che si susseguono senza pause, suddivisi in due lunghe parti (qui un estratto), composto sia verticalmente che orizzontalmente. Questo lavoro, iniziato nel 1990 e completato a metà del 1993, è prodotto e realizzato integralmente attraverso l’uso creativo di un comune impianto stereo componibile, il quale aveva questa grande peculiarità: esercitando la stessa pressione simultaneamente su due o più tasti di selezione dell’amplificatore, si attivavano quei canali, con il risultato che dalle casse audio si potevano così ascoltare insieme sia il giradischi sia la radio, per fare un esempio; e il tutto poteva essere registrato su nastro da uno dei due registratori annessi all’impianto. Un altra curiosa possibilità era offerta dai nastri delle cassette al cromo o metal: se venivano registrati una seconda o terza volta, senza selezionare il tastino ‘chrome’ o ‘metal’ del registratore, la nuova registrazione non cancellava la precedente ma vi si sovraincideva. La ‘scoperta’ di queste particolarità sono state alla base di Margini di Riciclo, il resto è un minuzioso lavoro di cut-up di nastri, manipolazione di musica classica contemporanea e musica popolare, vinili più o meno alterati ed emittenti radiofoniche che entrano nella musica per lo più in modo aleatorio. Strumenti musicali o computer non sono stati utilizzati. A quel tempo, come background, sono stato ispirato dalle Imaginary Landscape e Williams Mix di Cage (lavori conosciuti solo sui libri e ancora non ascoltati, tanto era difficile reperire questi materiali, e lo stesso vale per i primi lavori di Schaeffer); in seguito ho conosciuto e ascoltato il lavoro del compositore John Oswald e la sua idea di plunderphonics (saccheggiofonia). Per quanto riguarda i testi, espressi attraverso le varie voci – di cui le più ricorrenti sono tratte da vari spoken word album di William S. Burroughs, Jello Biafra e Timothy Leary – sono scelti con cura, mentre altre voci sono registrate aleatoriamente da stazioni radiofoniche, non sempre sintonizzate su programmi prescelti; questi testi delineano un quadro preciso e poco rassicurante. Credo che questo lavoro abbia toccato, musicalmente, alcune delle cose scritte in Mille Plateaux da Deleuze e Guattari. Un album così costruito con lo stereo-set, l’avevo registrato già nel 1989 con il nome Urban HardBeat Energy e pubblicato dall’etichetta Old Europa Cafe. Margini di Riciclo è dedicato ad alcuni maestri amati, come John Cage e Pierre Schaeffer per la musica, William S. Burroughs per la letteratura e Marcel Duchamp per l’arte visiva.
Traccia 14. chitarre elettriche preparate, live electronics, feedback, sintetizzatori analogici (Kork SM20 e Eko Ekosynth P15), flauto dolce, televisore, radio, oggetti, nastro magnetico, cut-up. Opera è stato il mio primo progetto musicale e a quel tempo le mie grandi influenze erano le idee e la musica di John Cage e il lato più radicale della cultura post punk. Qui una selezione dalle tre cassette pubblicate da Old Europa Cafe negli anni Ottanta.
Ultima nota. Aggiungo in queste note ai dischi in solo, una breve descrizione del doppio album “Ripercuotere” perchè lo si può comunque ascoltare in rete. La strumentazione: batteria, percussioni elettroniche (pads), chitarra preparata, oscillatore (VCO), tastiera e oggetti. Tutti i pezzi sono tratti da circa dieci ore di libere improvvisazioni registrate nel cuore di alcune notti, nell’autunno del 1994, senza sovraincisioni.
 


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